mercoledì 30 gennaio 2013

Due donne, un matrimonio e tutto il resto.

Lorenza e Ingrid hanno deciso di sposarsi. A giugno, in Svezia. Hanno anche deciso di raccontare i mesi che precederanno il matrimonio in un sito, cioè il loro. Che si chiama Lei disse sì, ed è un blog con cose scritte e cose da vedere. Quindi se siete troppo pigre per leggere, potrete sempre guardare i loro video. Se invece non siete troppo pigre per leggere, leggetevi anche l'intervista che ho fatto a entrambe. Nonostante le domande, hanno risposto. Quindi le ringrazio molto e auguro loro dei mesi interessanti.

Eccola.



Ciao Lorenza, ciao Ingrid. Innanzitutto volevo chiedervi se vi disturba il fatto che vi stia facendo delle domande in Times New Roman.

Il font con le grazie ha sempre un certo appeal...


In pochi giorni la vostra pagina web (leidissesi.net) ha avuto moltissime visualizzazioni. Secondo voi siamo un popolo particolarmente voyeur, oppure avete avuto una buona idea?

Stranamente abbiamo avuto un'ottima idea ma più che un'idea è stata una intuizione che ci hanno fatto venire alcuni amici quando abbiamo detto che ci volevamo sposare. Raccontare i preparativi del matrimonio, come un matrimonio qualsiasi, con le fedi da pensare, il vestito da provare e la mamma che ti pressa per le bomboniere è un privilegio che non tutti hanno. Però è vero che purtroppo in Italia non ci sono molti “esempi” da spiare e credo che se 10 anni fa qualcuno avesse fatto un blog come questo saremmo state tutto il giorno a spulciarlo!


Lorenza, hai chiesto a Ingrid di sposarti. Da sempre noi bambine (anche lesbiche) abbiamo davanti agli occhi questa scena dell'uomo che estrae un anello da un posto a sorpresa, tipo dallo spazio tra un cuscino e l'altro del divano. Secondo voi perché viene reiterata questa gag? La tua proposta come è stata?

Le ho fatto la proposta pochi giorni fa, con un solitario “diverso” e l'ho fatto in modo inaspettato e forse più apprezzato. Mi sono inginocchiata (su una pozzanghera) sapendo che avrebbe detto sì ma è stato bello farlo. I riti sono importanti anche per i più scettici e burberi come me...


Ingrid, tu come ti sei sentita?

Per questa risposta rimandiamo al post che ha scritto Ingrid sul blog.


Vi sposerete in Svezia tra meno di sei mesi. Poi tornerete in Italia. Cosa cambierà, effettivamente, nelle vostre vite?

Non cambierà niente se non quello che sta già cambiando adesso, con questo blog e con la voglia di continuare questa “battaglia” per i diritti.


Vi sposerete il primo giorno d'estate. È una data simbolica, o prima in Svezia avrebbe fatto troppo freddo?

Il 21 giugno è una festa nazionale in Svezia, “la festa di mezza estate” e l'abbiamo scelta perchè ci sembrava divertente fare una festa con gli amici un po' pagana. È il giorno più lungo e ci piaceva pensare ad una festa che non finisse mai!!!


Dopo il matrimonio, la vostra pagina web si disintegrerà o potremo spiare come vivono due donne sposate? Davvero vi va che questo accada?

Non sappiamo come e se continueremo, al momento stiamo pensando di realizzare un documentario con il materiale raccolto. Ma non escludiamo che il blog potrà continuare ad esistere in altra forma...


Parliamo di cose impegnative: bambini. Spesso provocano matrimoni, ma non nel vostro caso. Se vivessimo in un paese ideale vi piacerebbe averne?

Non abbiamo pensato a fare figli e al momento non ci interessa. Abbiamo tanti amici che figliano e tanti piccoli nipotini che nascono a cui voler bene. Non è giusto pensare che la procreazione sia il fine unico di un'unione. Noi ci sposiamo perchè vogliamo fare un patto tra di noi e vogliamo avere dei diritti come persone adulte.


Secondo voi perché la maggior parte delle storie lesbiche (in questo caso parlo di libri e film) finiscono malissimo?

Perchè viviamo in un mondo malato... e comunque questa è una cosa a cui abbiamo pensato spesso. Potrebbe essere un interessantissimo tema da sviluppare in un documentario.


La decima domanda non ci sarà. Volete rispondere come se ci fosse?

No, non abbiamo ancora fatto la lista nozze ma se volete mandarci un regalino lo accettiamo volentieri!

martedì 29 gennaio 2013

Leidissesì. O storia di un quasi matrimonio.


Conoscete questo sito?
Se sì, bene. Se no, basta cliccarci sopra. Ebbene sì, anche le lesbiche prendono moglie. E quando Maometto non va alla montagna, due lesbiche si sposano in Svezia.
A breve un'intervista. Intanto, se volete, potete farvi un po' di fatti loro.

sabato 19 gennaio 2013

Porte a vetri

Ogni tanto mi guardo allo specchio e tento di identificare quale tipo di lesbica sono. Io non sono mai stata bene da nessuna parte, nella vita dico. All'asilo stavo male. A scuola stavo male. Mi mandavano all'oratorio e stavo male. Al parchetto stavo male. Insomma, ovunque mi piazzassero, io soffrivo. Dimenticavo: al corso di nuoto stavo malissimo. Però non ho mai ostentato il mio disagio, cioè, non l'ho mai fatto pesare diciamo. Da bambina volevo tantissimo assecondare i miei, tipo esprimendo della sincera gioia nello scendere in cortile a giocare con gli altri bambini. È che non la provavo per niente. 

Ricordo questi interi pomeriggi di "proviamo a vedere se oggi Sara gioca con gli altri bambini", in cui mia madre mi portava davanti alle giostrine. C'erano il castello, l'altalena, la macchinina rimbalzina e una serie di altre stregonerie che mi lasciavano oltre l'indifferenza. Lei si sedeva sulla panchina e apriva un libro, uno sempre diverso perché leggeva velocissima. E io stavo lì di fianco, senza libro perché ancora non sapevo leggere. Stavo lì e guardavo i bambini giocare. E guardarli mi piaceva da morire, ero felice che si divertissero ed ero ammirata dalla loro disinvoltura nel parlarsi o dalla loro agilità nell'arrampicarsi. Ce n'era uno che si chiamava Daniel che sapeva camminare sulle mani e io ero estasiata e pensavo, questo Daniel mi piacerebbe conoscerlo, ma poi era come se davanti a me ci fosse un vetro e anche se avevo cinque anni capivo che questo vetro ce l'avrei avuto di fronte per un sacco di tempo. Dopo un po' mia madre mi chiedeva, vuoi che andiamo? E io dicevo sì, anche se sarei rimasta a guardali per sempre. Però mi aspettava un gelato, un premio alla mia incapacità di socializzare. Sono tanto contenta che lei non mi abbia mai fatto pesare questa cosa, che non mi abbia guardata con disapprovazione quando aspettavo che tutti uscissero dalla vasca con la sabbia per entrarci io a fare due formine sghembe a forma di tartaruga. 

Poi ho iniziato a fingere, ho iniziato a giocare anche se avrei preferito rimanere a guardare e basta. Ho iniziato a giocare e non mi piaceva, però mi faceva sentire integrata e uguale agli altri, ma il vetro era ancora lì. Quando le ragazzine davano i primi baci ai ragazzi, io baciavo il mio vetro infrangibile. Quando compravano il rimmel, io pulivo il mio vetro infrangibile. Quando facevano il gioco della bottiglia alle feste di compleanno, io pregavo che quella cazzo di bottiglia non mi ndicasse e non è mai successo perché il karma mi è stato accanto e perché mi invitavano a poche feste di compleanno.

Ora che ho ventotto anni mi guardo allo specchio, che alla fine è un vetro anche lui e mi chiedo a quale tipo di lesbica possa appartenere, perché ci tengo a questa cosa. Però non so esattamente quanti tipi ne esistano. Allora mi guardo e mi vedo troppo poco indie, troppo poco femminile, troppo poco mascolina, troppo poco impegnata, troppo poco disimpegnata, troppo poco elegante, troppo poco trasandata, troppo poco colta, troppo colta, troppo proud, troppo poco proud e in più non ho mai visto Lword. Le poche volte che mi capita di frequentare ai locali mi sembra di stare allo zoo, un po' per gli esemplari che ci trovo, un po' per il mio approccio alla cosa, un approccio che definirei etologico. Poi ogni tanto qualcuno arriva dall'altra parte del vetro e mi fa toc toc e se mi va apro. Con il tempo è diventato una finestra. 

mercoledì 2 gennaio 2013

10 buoni propositi.

Avrei voluto scrivere un oroscopo, come l'anno scorso. Poi ho detto, ma chi me lo fa fare. E infatti non lo farò. Tuttavia ho deciso di condividere con voi i miei buoni propositi del nuovo anno. Una volta una persona, vai a sapere chi, mi ha detto che tra le cose più noiose che gli altri ci possano raccontare, ci sono i loro sogni. In effetti, quando di mattina qualcuno mi dice: sai cosa ho sognato stanotte? Non me ne frega mai un cazzo della risposta. I sogni degli altri sono noiosi, è vero, perché un sogno ha senso solo per chi lo fa. I desideri già sono una cosa diversa, perché sono belli e aspirazionali e comunque conoscere quelli degli altri ti permette di farti due domande sui tuoi. E così, secondo me, i propositi, che sono dei desideri apparentemente realizzabili. In realtà chimere, come quasi tutto.

I miei buoni propositi del 2013:

Proposito 1: iniziare a conoscere cose che la maggior parte delle persone conosce (attenzione: questo proposito cozza con il proposito 4).
Da sempre so di non essere una persona veramente integrata nella società. Non ho nulla che non vada, però tendo ad autoescludermi. In che modo? Per esempio non avendo mai visto Ritorno al futuro. Tra le altre lacune che intendo colmare ci sono: Pulp Fiction (ohhhh, ma è gravissimo, direte. Vi ho sentiti, stronzi), Il signore degli anelli, Star Wars, Herry ti presento Sally, una serie a caso (non ho mai visto una sola puntata in tutta la mia vita), gruppi sentiti pronunciare all'infinito tipo Arcade Fire e The Xx, almeno un libro di Baricco. Due anni fa uno dei miei propositi fu iniziare a fare cose che la maggior parte delle persone fa, e come primo obiettivo c'era riuscire a finire una birra media. Ora ne bevo tranquillamente un litro, quindi secondo me ce la farò. Magari però tolgo Baricco. 

Proposito 2: scrivere qualcosa che non siano questi post (attenzione: questo proposito cozza con la policy del blog).
Vorrei che mi venisse in mente una bella storia e vorrei scriverla e sentire i personaggi come se fossero miei amici e non volerli lasciare andare mai più.

Proposito 3: fondamenti di pragmatismo (attenzione: questo proposito cozza con il Proposito 4).
Quali segreti nasconde la lavatrice? Come si tiene il ferro da stiro? Come si fa a cucinare?Come si guida un'automobile? A diciotto anni scoprii il funzionamento della moka e mi sentii molto più indipendente, perché da sempre ero convinta che il caffè andasse buttato quando bolliva l'acqua. Quest'anno svolterò in almeno una di queste attività.

Proposito 4: emanciparmi dal vincolo delle passioni, cercare l'uno al di sopra del bene e del male (attenzione: questo proposito cozza con i Propositi 1 e 3).
Insomma, questo è chiaro, non ha bisogno di spiegazioni.

Proposito 5: Scrivere quel post su Carmen Consoli (attenzione: questo proposito cozza con il Proposito 2).
Ci tengo molto, vorrei che fosse una cosa all'altezza della tematica che tratta.

Proposito 6: Iniziare a studiare qualcosa che non so.
Tipo la cazzo di filosofia, che per me rimarrà sempre un mistero. 

Proposito 7: Alleggerirmi (attenzione: questo proposito cozza con i Propositi 2, 4, 5 e 6).
È sicuramente il più difficile.

Proposito 8: Andare a un matrimonio. Ma in chiesa proprio. (Attenzione: questo proposito cozza con la mia natura).
Che qui tra amici sinistrorsi, gay, anticonformisti, anticlericali, sociopatici e poco fortunati, fondamentalmente non si festeggia mai. Io invece voglio essere invitata a uno di quei matrimoni pacco in cui le ragazze alla fine si commuovono e sono fintamente felici per la sposa. Va bene anche solo la cerimonia. Anzi, solo la cerimonia è meglio.

Proposito 9: Prendere confidenza con i gatti (Attenzione: questo proposito cozza con il Proposito 8, a meno che non sia un matrimonio tra gatti).
Sebbene continui a preferire i cani, avvicinarmi ai gatti è diventata una questione imprescindibile. Sono circondata da persone che amano i gatti, e non solo lesbiche purtroppo. Spero di riuscire a farmi accettare da questi animali che mi snobbano da sempre.

Proposito 10: Essere felice almeno un giorno al mese. (Attenzione: questo proposito cozza con la realtà).
Ma magari anche due o tre. 

I miei propositi sono finiti. Se volete qui sotto potete scrivere i vostri. Se non volete, potete non farlo. Se siete indecisi state partendo molto male.

lunedì 24 dicembre 2012

Lettera di Natale.

Caro Babbo Natale,
stasera sono ventitre anni esatti che so che non esisti. È successo la vigilia del 1989. Volevo assolutamente sapere cosa mi avresti portato, così mio fratello, ragazzo pragmatico e integerrimo, ha aperto l'armadio dei nostri genitori e ha detto: guarda. E non era nemmeno la cosa che volevo, perché avevo richiesto un cagnolino e mi è arrivato un mangiacassette Bontempi che faceva anche i versi degli animali, tra cui il cane. Capito che beffa? La figlia di nessuno. Comunque sempre meglio dell'anno prima. Lì, mi aveva fatto credere che al cento per cento sarebbe arrivato il mio cagnolino. Come lo vorresti? E io dicevo uno qualunque, uno qualunque, anche uno piccolino e me lo faceva scegliere dall'atlante dei cani. Invece arrivò il castello dei Lego, adatto a bambini dagli otto anni in su. Ho passato tutto il Natale a masticare pezzi di torre, nella speranza che qualcuno si accorgesse che avrei potuto soffocare. Ma anche lì, nulla. Da quando ho scoperto che non esisti sto meglio. A un certo punto avevo iniziato a pensare che i cani ti stessero antipatici e la cosa mi faceva venire da piangere. Di fatto piangevo, accoccolata sotto l'albero, perché sono stata una bambina molto triste. Da quando ho scoperto che non esisti, ho iniziato a chiedere soldi e così, a sette anni, già impugnavo la mia busta piena di lire, congetturando cose, facendo calcoli su ciò che avrei comprato. Amavo contare i miei denari la mattina di Natale e pensavo a quei poveretti dei miei compagni di classe, che ancora passavano il loro tempo a scrivere letterine e chiedere Cantatu. E quando a scuola ci facevano scrivere la letterina per Babbo Natale io ero tranquilla, perché conoscevo la verità, e allora mi buttavo su massimi sistemi tipo la pace in Jugoslavia o l'evergreen dei bambini poveri con le mosche sulla faccia. Tanto io non avevo nulla da guadagnare e un po' di cibo per loro o una protesi a una gamba non mi avrebbe privato della mia busta colma di denaro. Insomma, non esisti. Ma nemmeno Saffo aveva i baffi esiste, cioè, c'è ma non c'è, e allora penso che se due entità che non esistono si scrivano, qualcosa debba accadere per forza. Allora accogli questa lettera invisibile. Caro Babbo Natale, io quest'anno vorrei un po' di culo. Vorrei che le cose iniziassero a funzionarmi tutte, come davvero succede a certe persone. Perché le persone fortunate esistono! È inutile che continuiamo con sta storia che la gente sta tutta male, non è vero. Il prossimo anno voglio che giri per me. Quest'anno ho perso la mamma, il lavoro e diversi treni, di quelli che però ripassano dopo mezz'ora. Due ombrelli, le chiavi e un racconto che avevo scritto tempo fa e che mi pareva molto bello. Non c'è più, da nessuna parte. Si chiama Zia Claudia, per favore, fammelo ritrovare. No, non è nemmeno nell'hard disk, no, nemmeno tra i documenti. È sparito, ma tu che non esisti so che puoi. Poi vorrei farmi un viaggio, un viaggio bello però, non quei surrogati di ponte o cose così. Voglio un viaggio avventuroso e pieno di suspance, nel caso sono disposta anche a prendermi la malaria, purché la si curi in tempo. E poi vorrei stare tranquilla: amare chi mi ama, riuscire a respirare bene anche senza le goccine, fare cose normali ed essere felice di farle. Vorrei non pensare alla morte ogni giorno, mia o di altri. E vorrei non avere la tonsillite. Vorrei che ogni giorno fosse magari non bellissimo, però soddisfacente, cioè non tanto soddisfacente, leggero. Vorrei sentirmi leggera senza la scimmia della solitudine, dell'ansia, dei libri che dovrei leggere, delle cose che vorrei scrivere. Vorrei che qualche problema si trasformasse in soluzione, e qualche soluzione in problema, perché tanto comunque in quel caso la soluzione la conoscerei e tutto si risolverebbe come niente fosse. Geniale, no? E poi vorrei capire se la mia vita ha un senso e se sì quale: so che non è un problema da niente e che in tanti ci sono morti, ma insomma, almeno un indizio, un segno, non so vedi tu. E poi vorrei che tutte le persone iniziassero ad avere la mia stessa ironia, soprattutto per quanto riguarda le battute su chi soffre. E vorrei non aver paura di niente, e vorrei imparare a cucinare qualcosa di decente, e vorrei imparare anche eventualmente a stirare. O comunque vorrei trovare una filippina a buon prezzo, onesta e magari di bell'aspetto. Che comunque han bisogno di lavorare. E poi vorrei che al cinema dessero solo film bellissimi, guardarli tutti e sentirmi sempre come dopo Tutto su mia madre o le storie di Kaurismaki che per me sono imprescindibili. E poi vorrei provare delle emozioni: tipo commuovermi o piangere per la felicità, che è una cosa che secondo me funziona solo alle olimpiadi. E allora vorrei partecipare alle olimpiadi, ma questa temo sia l'unica cosa veramente impossibile. Basta, ho finito. Ricapitolando: toglimi tutto questo peso che ho addosso e fallo in fretta, per favore. E tu invece cosa vuoi? Dai, scherzo, inculati. Ci sentiamo l'anno prossimo.
S.

domenica 23 dicembre 2012

Il mio primo amore erano tre.

Il Natale mi trova da sempre in uno stato di felice indifferenza. L'unica cosa che lo rende degno di nota sono i miei parenti, perché ho una famiglia molto numerosa e piena di freak, quindi, a suo modo, bella. Da sempre tutta questa gente fondamentalmente sconosciuta, ma con i miei stessi geni, mi è di grande ispirazione. Da qualche anno poi nessuno mi chiede più del mio fidanzato. Qualcuno deve aver cantato, forse la mia incapacità di accavallare le gambe. All'inizio trovavo molto imbarazzante tutta la situazione, poi li ho guardati bene e ho capito di essere una di quelle a cui comunque la vita aveva dato di più. Sono sicura che sia stata mia madre a cantare, in ogni caso. 

Ricordo che c'era una cosa per cui lei non si dava pace, riguardo la mia omosessualità. Credeva, come molti genitori, di aver sbagliato qualcosa con me: ma cosa? Io le rispondevo che aveva sbagliato tutto, ma che sarei stata lesbica in ogni caso. Se avessi saputo che non ci sarebbe stata più così presto, avrei risposto diversamente, ma un'amica recentemente mi ha detto che i sensi di colpa postumi sono inevitabili, quindi eccomi qui. Insieme alla sua malattia, sono cadute molte inibizioni, anche il tabù dell'omosessualità, ma non la sua inquietudine a riguardo. Un giorno, in ospedale, mi disse: eppure nella nostra famiglia non c'è nessun altro, tentando di esplorare goffamente il fattore ereditario. E mi chiese anche: ma ci si nascerà o ci si diventa? Quesiti enormi e senza risposta. Immagino che in questo momento, ovunque sia, avrà una visione più distaccata della questione.

C'è una storia che forse l'avrebbe tranquillizzata e sollevata da qualche senso di colpa (una famiglia piena di sensi di colpa, la mia), che non ho fatto in tempo a raccontare, ma che penso sia tanto illuminante quanto assurda. Io mi sono innamorata per la prima volta di una bambina a quattro anni. E non era una, erano tre gemelle, due delle quali omozigoti, la terza molto diversa e per questo per nulla felice. Erano mie compagne di asilo, le chiameremo C., V., B. Avevo trascorso il primo anno di scuola materna pisciandomi addosso, perché dei bulli della classe accanto mi facevano le poste fuori dal bagno. Dio li maledica per sempre, me li ricordo come fosse ieri. Poi è successo che il secondo anno di asilo non mi sentivo più la stagista della situazione e ho adottato un certo savoir faire, nonostante le scarpe con gli strappi indicassero chiaramente un mio deficit, ovvero il non sapermi allacciare le stringhe. In più rifiutavo categoricamente il grembiulino rosa e quel secondo anno si aprì felice, con un grembiule giallo canarino. I bulli erano andati a morire in prima elementare. Insomma, stava cominciando per me un grandissimo momento. A me piaceva molto V., che era identica a C., ma comunque mi piaceva V., perché erano uguali ma diverse. Riesco a vedere distintamente il pomeriggio in cui dichiarai il mio amore. È stato dopo ginnastica perché addosso non avevo l'amato grembiulino, ma una tuta del wwf, verde con un grande panda sulla pancia (dove l'avevano presa? Perché?). 

È successo sotto un albero grande, che ora mi sembrerebbe molto meno grande. Era un pino e gli aghetti ci pungevano il sedere. È una delle poche cose che ricordo della mia infanzia. Le ho detto vuoi essere la mia fidanzata? E lei mi ha spezzato il cuore dicendomi che i principi erano maschi. Col senno di poi avrei potuto rispondere che non avevo mai  accennato a un principato, ma fa nulla. Sono corsa via a giocare a spadaccini con le foglie. Però non mi sono data vinta, perché c'era C. che comunque, ragazzi, era identica. Così mi sono fatta avanti anche con lei. Non ricordo distintamente la situazione, ricordo che però la cosa uscì con la maestra, che era anche una suora, e che mi disse che i bambini stavano con le bambine e le bambine con i bambini e mi regalò qualcosa come un mandarino. Maledetta troia. La cosa buttava male, anche perché per conquistare la seconda le avevo regalato un mio bellissimo Polly Pocket, quello a conchiglia azzurrino, che a piano terra aveva un laghetto con ponteggio, di cui ho trovato una foto per caso su google, e se la guardo piango (magari è proprio il mio). Cosa dovevo fare? Sono andata da B., che però era tanto diversa da V. e C., perché era cicciotta e aveva i capelli più scuri e un caschetto francamente imbarazzante. Mi disse di sì senza problemi: era sola e disperata, uguale e diversa allo stesso tempo e abituata agli scarti delle sorelle più fighe. E tra quegli scarti c'ero anche io.

È stata una storia intensa, ma tormentata. La prima di una lunga serie. È stata bella soprattutto per lei, che voleva ogni giorno anche il mio pranzo, la mia mela, i miei dolcini e diventava sempre più grassa, mentre io, che già ero secca, deperivo. Mia madre mi pesava ogni tre giorni, finché non le ho raccontato tutto. Cioè, dentro di me capivo che c'era qualcosa di strano nella situazione, allora le dissi semplicemente che una bambina grassa mi rubava il cibo e i giocattoli. Sono stata vigliacca, lo so. Ma a lei comunque non era mai fregato niente di me, ero io la parte lesa. Ci siamo separate bruscamente, a pranzo mi hanno messo con altri bambini e ho imparato ad allacciarmi le stringhe con il metodo orecchie di coniglio, che era stimatissimo. 

Questa vicenda mi ha insegnato molto. Un giorno B. l'ho incontrata per strada. L'ho riconosciuta subito. È dimagrita.


venerdì 21 dicembre 2012

La miglior risposta di 4 anni fa.

Quando ero molto giovane e muovevo i primi passi nel complicatissimo mondo lesbico, due erano gli ostacoli che mi sembravano insormontabili: come faccio a capire se una ragazza è lesbica? Come faccio a mostrare a una ragazza di essere lesbica? La questione era delicata, perché si trattava dello stesso dramma da due punti di vista chiaramente opposti. Sono passati diversi anni da quei terribili quesiti (che comunque non hanno mai avuto risposta), ma il tema è davvero un evergreen.

Qualche tempo fa, a una festa, mi si avvicinò una giovane lesbica, amica di un'amica del tutto eterosessuale. Mi disse che il mio blog le piaceva molto, io nel mentre svuotavo il primo gin lemon, già chiaramente alterata, perché mi basta davvero poco. Vivo costantemente in uno stato che appare karmico, ma in realtà è febbrile, e che l'alcol smaschera in un modo che definirei sfacciato. E quindi mi ritrovo con questa giovane lesbica, anche carina, che mi dice, sai, mi sono scoperta lesbica da poco, ma secondo te come faccio a capire se un'altra lo è? Mi sono commossa: una domanda del genere ai tempi di internet. È stata così dolce e anacronistica che avrei davvero voluto risponderle qualcosa che potesse esserle utile, invece poi abbiamo parlato della Vita dell'Alfieri, che stava preparando per un esame. Che vita, no?

Però poi ci ho pensato, e ho pensato anche che anni fa la questione del gay radar andava tantissimo. A me il termine ha sempre fatto orrore: mi ricorda certi insetti, certe antenne brutte che captano e poi corrono verso questa meta precisa, confermata dall'istinto, mi ricorda gli scarafaggi, che sono l'unica cosa che temo davvero nella vita. Io questo radar, per esempio, non ce l'ho mai avuto e alla fine un po' mi rode, per questo lo condanno e lo associo a quelle terribili creature del buio. Mi è sempre toccato andare a caso, saltare da un ramo all'altro come una bertuccia nevrotica, sperando che qualcuno, una a caso, mi dicesse: ok, per me si può fare, indipendentemente dal suo certificato di lesbismo.

Ho anche cercato di affidarmi a certe dicerie, tipo quella dell'anello sul pollice. E pure a quella dell'indice e dell'anulare, che se l'anulare è più lungo dell'indice è lesbica al cento per cento. Come no. E allora via, serate intere a guardare mani e pensare che faccio, mi muovo? Come mi muovo? Un incubo. Insomma, la ragazzina della Vita dell'Alfieri era preoccupata, perché temeva di rimanere sola per sempre, per via di questa scarsa attitudine al riconoscimento. E io sono stata inutile e poco concreta come mi spesso accadde. Ma questa sera voglio riscattarmi, e ho deciso di dedicare del tempo alla ricerca. 

Io penso che davanti a cose del genere, non si possa che rimanere in un silenzio rispettoso.