Ricordo che c'era una cosa per cui lei non si dava pace, riguardo la mia omosessualità. Credeva, come molti genitori, di aver sbagliato qualcosa con me: ma cosa? Io le rispondevo che aveva sbagliato tutto, ma che sarei stata lesbica in ogni caso. Se avessi saputo che non ci sarebbe stata più così presto, avrei risposto diversamente, ma un'amica recentemente mi ha detto che i sensi di colpa postumi sono inevitabili, quindi eccomi qui. Insieme alla sua malattia, sono cadute molte inibizioni, anche il tabù dell'omosessualità, ma non la sua inquietudine a riguardo. Un giorno, in ospedale, mi disse: eppure nella nostra famiglia non c'è nessun altro, tentando di esplorare goffamente il fattore ereditario. E mi chiese anche: ma ci si nascerà o ci si diventa? Quesiti enormi e senza risposta. Immagino che in questo momento, ovunque sia, avrà una visione più distaccata della questione.
C'è una storia che forse l'avrebbe tranquillizzata e sollevata da qualche senso di colpa (una famiglia piena di sensi di colpa, la mia), che non ho fatto in tempo a raccontare, ma che penso sia tanto illuminante quanto assurda. Io mi sono innamorata per la prima volta di una bambina a quattro anni. E non era una, erano tre gemelle, due delle quali omozigoti, la terza molto diversa e per questo per nulla felice. Erano mie compagne di asilo, le chiameremo C., V., B. Avevo trascorso il primo anno di scuola materna pisciandomi addosso, perché dei bulli della classe accanto mi facevano le poste fuori dal bagno. Dio li maledica per sempre, me li ricordo come fosse ieri. Poi è successo che il secondo anno di asilo non mi sentivo più la stagista della situazione e ho adottato un certo savoir faire, nonostante le scarpe con gli strappi indicassero chiaramente un mio deficit, ovvero il non sapermi allacciare le stringhe. In più rifiutavo categoricamente il grembiulino rosa e quel secondo anno si aprì felice, con un grembiule giallo canarino. I bulli erano andati a morire in prima elementare. Insomma, stava cominciando per me un grandissimo momento. A me piaceva molto V., che era identica a C., ma comunque mi piaceva V., perché erano uguali ma diverse. Riesco a vedere distintamente il pomeriggio in cui dichiarai il mio amore. È stato dopo ginnastica perché addosso non avevo l'amato grembiulino, ma una tuta del wwf, verde con un grande panda sulla pancia (dove l'avevano presa? Perché?). È successo sotto un albero grande, che ora mi sembrerebbe molto meno grande. Era un pino e gli aghetti ci pungevano il sedere. È una delle poche cose che ricordo della mia infanzia. Le ho detto vuoi essere la mia fidanzata? E lei mi ha spezzato il cuore dicendomi che i principi erano maschi. Col senno di poi avrei potuto rispondere che non avevo mai accennato a un principato, ma fa nulla. Sono corsa via a giocare a spadaccini con le foglie. Però non mi sono data vinta, perché c'era C. che comunque, ragazzi, era identica. Così mi sono fatta avanti anche con lei. Non ricordo distintamente la situazione, ricordo che però la cosa uscì con la maestra, che era anche una suora, e che mi disse che i bambini stavano con le bambine e le bambine con i bambini e mi regalò qualcosa come un mandarino. Maledetta troia. La cosa buttava male, anche perché per conquistare la seconda le avevo regalato un mio bellissimo Polly Pocket, quello a conchiglia azzurrino, che a piano terra aveva un laghetto con ponteggio, di cui ho trovato una foto per caso su google, e se la guardo piango (magari è proprio il mio). Cosa dovevo fare? Sono andata da B., che però era tanto diversa da V. e C., perché era cicciotta e aveva i capelli più scuri e un caschetto francamente imbarazzante. Mi disse di sì senza problemi: era sola e disperata, uguale e diversa allo stesso tempo e abituata agli scarti delle sorelle più fighe. E tra quegli scarti c'ero anche io.
È stata una storia intensa, ma tormentata. La prima di una lunga serie. È stata bella soprattutto per lei, che voleva ogni giorno anche il mio pranzo, la mia mela, i miei dolcini e diventava sempre più grassa, mentre io, che già ero secca, deperivo. Mia madre mi pesava ogni tre giorni, finché non le ho raccontato tutto. Cioè, dentro di me capivo che c'era qualcosa di strano nella situazione, allora le dissi semplicemente che una bambina grassa mi rubava il cibo e i giocattoli. Sono stata vigliacca, lo so. Ma a lei comunque non era mai fregato niente di me, ero io la parte lesa. Ci siamo separate bruscamente, a pranzo mi hanno messo con altri bambini e ho imparato ad allacciarmi le stringhe con il metodo orecchie di coniglio, che era stimatissimo.
Questa vicenda mi ha insegnato molto. Un giorno B. l'ho incontrata per strada. L'ho riconosciuta subito. È dimagrita.
