martedì 18 dicembre 2012

5+5

Sono giorni molto difficili. Non voglio nemmeno spiegare perché. Ma sono molto difficili. Se provo a dormire, mi prende una tosse convulsa, tipo Violetta nella Traviata. Con la differenza che non sono una puttana e soprattutto non sono a Parigi. Più la seconda che la prima. Se non provo a dormire, tento di leggere, ma non ce la faccio, perché o mi rompo le palle, o mi rode che quella cosa non l'abbia scritta io. Se metto la musica sveglio i vicini. E le cuffiette non mi vanno. In tutto questo, da tre giorni a questa parte, il papa dice che sono una minaccia per la pace. Io.

Allora ho pensato: scrivo un post, almeno glasso un po' l'ego e poi buonanotte a tutti. Avrei una serie di argomenti in sospeso, per esempio la mediocrità di Carmen Consoli, l'estinzione del concetto di gay radar e il dress code lesbico, ma sono davvero troppo impegnati. In più, domani, la gente passerà la giornata a condividere video di Benigni, e questo no, non posso sopportarlo. C'è bisogno di leggerezza. Così stilerò una semplice classifica del perché le donne mi piacciono e del perché no.

Le donne mi piacciono perché:

1. Sono mammiferi. Possono fare bambini, ma anche non farli. Quasi sempre a loro discrezione, almeno nel mondo occidentale. Questo significa che da una donna possono nascere un uomo oppure un'altra donna, quasi sempre infelici, ma ogni tanto capita di no. Se le donne sono mammiferi allattano, quindi hanno le tette. Che secondo me, insieme ai lobi delle orecchie sono la più immensa creazione di tutti i tempi. Vai a sapere perché: ho sicuramente dell'irrisolto.

2. Vanno nel panico, ma spesso è un panico del tutto apparente. Nel senso che hanno appena iniziato a piangere e già studiano una soluzione, sempre che non l'abbiano già trovata. È una cosa miracolosa e ancora più miracoloso è il fatto che lascino credere agli uomini di avere enormi qualità nel problem solving.

3. Si vedono sempre imperfette.

4. Hanno una dolcezza intrinseca, anche le peggiori. 

5. Potenzialmente sono tutte accessibili. Il che per noi lesbiche è una grande cosa, a differenza dei fratelli gay, che devono vedersela ogni volta con: machismo, virilità ostentate e patetiche, istinti animali che noi abbiamo lasciato nella caverna di fianco alla pentola dei legumi, tanti tanti secoli fa. Se sei un ragazzino e ti piace un ragazzino, è un problema. Se sei una ragazzina e ti piace una ragazzina, puoi dissimularlo in moltissimi modi. Le bambine crescono tenendosi per mano, dandosi bacini e scambiandosi i leccalecca. Non ci sono barriere reali tra donne. Durante l'adolescenza ci si trucca e ci si vede nude. Poi a vent'anni non vuoi fartela una scopata? Basta essere strategiche. Io sono cresciuta senza tenere nessuno per mano, senza dare bacini, senza mangiare leccalecca, senza truccarmi e senza mostrarmi nuda. Tutto questo ha mosso enorme curiosità, ed è il motivo per cui le donne sono arrivate comunque: non si sentivano abbastanza al centro dell'attenzione.


Le donne non mi piacciono perché:

1. Quando sono cretine, lo sono irrimediabilmente.

2. Tendono a rinfacciare qualunque cosa, a distanza di anni. 

3. Sanno ferire con grande precisione.

4. Tendenzialmente vogliono sempre stare appiccicate, il che per me significa anche solo darsi la mano una o due volte l'anno.

5. Prima o poi ti lasciano. O le lasci tu. Che alla fine sei una donna, oppure questo non sarebbe un blog lesbico. 

domenica 9 dicembre 2012

Sciroppo.

Questa sera sono malata, e mi sento sola. Oggi è stata una di quelle giornate in cui desidero morire, senza drammi o che. Semplicemente, voglio smettere di vivere. Ho da sempre grandi spinte alla morte, anche se con il tempo ho imparato a sdrammatizzare la cosa, tipo esasperando il tutto come se non fosse vero. In questo modo ho costruito un personaggio allo stesso tempo simpatico e macabro, ma la verità è che non sono né l'una né l'altra cosa. Semplicemente mi sento la morte addosso, come i negri la musica e Michael Jackson i bambini. 

È proprio così, da quando sono molto piccola. Certo la storia della mia famiglia ha facilitato il tutto, e anche l'atmosfera, respirata dai primi anni di vita. Il Natale, per esempio: vietato anche solo nominarlo, se non per dirne il peggio. In casa mia non è mai avvenuto uno scambio di regali. In questo modo non ho mai avuto ben chiaro il concetto di dono. Quando qualcuno mi regala qualcosa mi offendo, oppure mi intristisco molto, perché non ne colgo il motivo. E ovviamente non mi viene mai in mente di fare regali a nessuno. In questo modo le feste e i compleanni sono sempre giorni qualunque e questa è una delle cose che mi piacciono della mia vita. E che le mie fidanzate non hanno mai apprezzato.

Eppure non ho avuto una famiglia infelice. Forse un filo non convenzionale, ma con una parvenza di assoluta normalità. Che poi è il peggio del peggio. Quanto avrei desiderato quei genitori di sinistra che orbitavano attorno ad alcuni amici: belli, permissivi, aperti ad ogni diversità, tranne a quella di loro figlio. Non mi sono mai sentita figlia dei miei genitori e sorella di mio fratello. Mio fratello per farmi piangere mi diceva ehi, ti hanno adottata, noi non siamo la tua vera famiglia. Ma io non piangevo, anzi. Quando poi mia madre l'ha sentito e l'ha sgridato molto, io ho sofferto, perché ho capito che invece ero proprio figlia dei miei genitori e che non sarei mai partita per ritrovare quelli veri.

È questa totale mancanza di appartenenza a qualsiasi cosa, che mi destabilizza. Non passa mai, e con gli anni peggiora. Un tempo poteva dirsi una forma di ribellione adolescenziale. Poi l'alibi dell'età è scomparso, ma il problema no. Con il tempo però divento sempre più stanca e penso, devo sforzarmi un pochino, di appartenere a qualcosa. Ma a cosa? Vado al gruppo degli scacchi? Tristezza. Imparo per la trecentesima volta a suonare uno strumento qualsiasi? Depressione. Mi iscrivo al corso di mimo di quelli di Grock? Non mi piacciono le tutine attillate. Il cineforum? Il settantasette è passato da quasi trentasei anni. Gli aperitivi con i colleghi? Mi distruggono. 

E allora non mi resta altro che sopportare giornate come questa e tossire e bere a canna lo sciroppo, nella mia casa orgogliosamente priva di albero di Natale. Nella speranza che qualcuno possa capirmi, anche solo a distanza. Anzi, solo a distanza. Perché la tristezza degli altri è come la loro solitudine, va presa per com'è. Non va smorzata, non va placata. Va  guardata da lontano e le si deve fare ciao con la mano. Certo, qualcuno non capirà, ma chi capirà poi starà meglio.

La settimana prossima dovevo andare dal dentista per un controllo. Ma oggi ho saputo che qualche giorno fa è morto. È dunque così che va la vita.




giovedì 6 dicembre 2012

Un amore mai nato.


Stasera in treno mi sono seduta di fianco a una che ha detto: se mai avrò un figlio gli insegnerò da subito a mettersi a novanta. E: Turchia, ottimo rapporto qualità prezzo. Non c'entra niente con quello di cui volevo parlare, ma mi premeva. Ci sono cose che se non le tiri fuori poi è peggio, o almeno, con me funziona così. Per questo quando mi sono innamorata di F. gliel'ho detto. Anche se non era vero. Però sentivo che se non gliel'avessi detto non gliel'avrei detto. E allora gliel'ho detto. Ci ha creduto, ma non ci è stata.

Volevo parlare di questa cosa. Cioè di quando ci piace una persona che di noi non vuole saperne. Anzi no, non è corretto, perché la casistica è davvero immensa, quando si parla di amori mai nati. Comunque, vorrei fare un discorso sul non essere ricambiati, più genericamente. 

Prima, per non sentire quella del figlio a novanta, ho pensato a qualcosa che riuscisse a distrarmi. Generalmente i miei fallimenti riescono sempre ad astrarmi dal reale, perché l'imbarazzo si rinnova e attorno a me non c'è più niente. E allora ho pensato a F. e al nostro amore mai nato e al mio inusuale azzerbinamento. Penso che sia giunto il momento di rielaborare la cosa e poi abbandonarla per sempre. Non sarò breve.

La storia si divide in più fasi. Chi è stato uno zerbino (e prima o poi tocca a tutti), capirà.

FASE 1
Nel dicembre del 2010 mi accorgo che nella mia vita manca qualcosa. Passo in rassegna la libreria, e scopro che non è un libro. Cerco nei cassetti, tra le scarpe, e anche tra qualche maglietta che non metto da anni. Niente. Poi capisco: è l'amore.

FASE 2
Scorro brevemente le mie amicizie su facebook, ma non trovo nessuno che faccia al caso mio. Allora rovisto tra i numeri di telefono, con la foga di un clochard nei bidoni a colazione. E vedo F. E penso, ma chi è F.? E poi mi ricordo. È una tizia che mi piaceva tanto tempo prima, e anche io le piacevo! Mi guardo allo specchio e noto un decisivo miglioramento nella mia persona. Dalla mia ho: una buona cultura, una padronanza dell'italiano comunque oltre la media, capacità di problem solving (o almeno questo dice il cv che ho copiaincollato da un amico). Dalla mia non ho il fatto che: lavoro dieci ore al giorno per zero euro al mese, non so guidare, non ho mai imparato a suonare Smells like teen spirit alla chitarra.

FASE 3
Torno su facebook e la aggiungo. Poche ore dopo siamo amiche. Fa tutto lei, mi chiede come sto e dove fossi finita. Io non sono mai finita, cocca. Capisco che abbiamo due generi di ironia differenti: ovvero, lei non conosce ironia. Andando al sodo le chiedo se è fidanzata, ma solo per avvalorare la tesi per cui gli omosessuali sanno essere molto promiscui. Mi dice di sì, ma che non va bene, che non è felice. La sua mancanza di discrezione mi fa venire voglia di aprire il gas, tuttavia continuo imperterrita nel mio scopo. Le chiedo: ci vediamo? Mi dice: non lo so. Le chiedo: ci vediamo? Mi dice: sì.

FASE 4
Dove ci vediamo? Mi risponde: da me, perché non ho tempo. Bene. Le dico, dove stai? Mi dice: scendi a San Leonardo. Le dico: ma dov'è? Mi risponde: sulla rossa, non è lontano. E così il primo sabato utile (cioè il giorno seguente), vado. Sono 18 fermate da loreto, il mio viaggio più lungo di sempre in metropolitana. Nel tragitto riesco a leggere otto racconti di Kafka. Scendo e mi sento confusa. Emergo dalle viscere della terra e mi ritrovo nel nulla. Mi arriva un messaggio. No, dai, vediamoci qui. E mi suggerisce la fermata prima. Riscendo in metro. Alla fine ci dobbiamo bere sto caffè in un centro commerciale. A me i centri commerciali fanno venire attacchi d'ansia, in più è poco dopo Natale. Mi dice: abbiamo un'ora. Cinquanta minuti li passiamo in fila in posta. Cinque a comprare una confezione di latte di soia. Poi il caffè: dei cinque minuti rimasti ne passa tre al telefono con la sua ragazza. Si accordano per una cena. Mi dice: mi ha fatto piacere vederti. Ci metto due ore a tornare a casa. E spero che un pazzo di quelli che finiscono su corriere.it mi butti sotto il treno.

FASE 5
Non demordo. Passano alcuni giorni. Mi scrive, le rispondo. Le scrivo, mi risponde. Mi invita a pranzo. Riattraverso la città, ancora una volta. Il desco: una pizza surgelata in due. La mia metà è ancora congelata. Mastico tutto il resto del pomeriggio, in ospedale, davanti a flebo e persone tristi.  Mi scrive, le rispondo. Le scrivo, mi risponde. Ci vediamo altre volte: sempre uguale. Anzi, ogni volta è peggio. Un giorno mi dice: ti ricordi tanti anni fa quando ti volevo e tu no? Ero fidanzata, dico, ma non mi ricordo con chi. Guardo i suoi libri. Sciamanesimo, scintoismo, iching, jodorowski, Hillman, cazziemazzi. Chiedo: non hai nemmeno un romanzo? Ma cambio discorso perché ho paura che tiri fuori l'Allende. Poi mi fa tutto un discorso sul fatto che comunque lei ha bisogno di attenzioni e che la sua ragazza la trascura. Cose tipo corteggiamento, tipo. Io allora mi butto in questa logica perversa di mandarle ogni mattina qualcosa di bello. Tipo pezzi di film. Ma belli veri eh. Chiedo anche in giro. Procedo, per settimane. Poi diventano troppi, e devo iniziare a segnarmeli per non ripetermi. Ho una moleskine piena a metà di questi cazzo di film. Allorché mi dichiaro. Lei dice: anche tu mi piaci. Io rispondo: e? Lei risponde: niente.

FASE 6
Ho raggiunto un rimborso spese e grossa dei miei quattrocento euro mensili le compro un libro che non leggerà. Nel mentre è arrivata la primavera. Mi dice: dovresti metterti cose più colorate. Vado da Zara e compro un paio di pantaloni verde lega. Mi dice: staresti bene senza occhiali: compro le lenti a contatto, una cosa che reputo amorale. Poi ci vediamo una sera, al parco. Arrivano le zanzare. Dice: sono arrivate le zanzare, andiamo da un'altra parte. Si fa offrire un gelato, poi se ne va. Allora io, presa dallo sconforto in ordine mangio: un big mac menu, una confezione di gallette di mais, due muffin. Ci risentiamo. Parlo a un amico di questa situazione, lui mi dice che è chiaramente un'idiozia, di lasciar perdere. Ma è una questione di principio. Nel mentre, è vero, ho delle storielle irrilevanti, perché comunque il mio cuore è per F. Poi il miracolo: una sera mi invita a vedere un film. Poi rimani anche a dormire, se vuoi. Ok. Guardiamo La bussola d'oro. No dico, La bussola d'oro. Dopo i Godard, i Lang, i piacionissimi Truffaut e un paio di raffinati stralci di Marco Ferreri, che ad oggi temo abbia sempre confuso con quello che ha inventato la Nutella. Finisce il film e mi dice, vai a letto, dormo sul divano. È prestissimo e io generalmente non dormo mai prima delle due a.m. Per la notte ha una mise deliziosa: è vestita da ragazza della pallacanestro. È bellissima. Allora penso: è il momento, la bacio. Prima, nel dubbio, vado a lavarmi i denti. Torno che dorme. Ma non per finta. Dorme di brutto. Leggo fino alle cinque del mattino. Alle sei sento dei rumori molesti. Poi mi ricordo che insegna. E che alle sette e mezza esce di casa. Però questi rumori. Allora mi alzo, ma è tutto ok. Beve placidamente un intruglio e legge qualcosa su internet. Le chiedo, ma cos'è, ho sentito dei suoni. Mi dice: la mattina faccio i cinque tibetani. Io, che nata negli anni ottanta se mi dici cinque ti rispondo cereali, chiedo: cosa sono? Risposta: degli esercizi. Alle sette e mezza esce di casa. Io pure, ovviamente. Comodo, considerato che inizio alle dieci. Mi dice, ciao. E mi dà un bacino nonsense. Se ne va, in macchina. Mi ritrovo tra questi palazzi immensi che mi sembra di stare a Bucarest e non ho idea di dove cazzo sia la metropolitana e in giro non c'è nessuno. Nessuno. Attraverso i palazzi e mi ritrovo sempre nello stesso punto. Poi incrocio una vecchia con il cane che mi indica la strada e mi dice: è lontano eh, ma sei giovane. Mi incammino e a metà strada inizia a grandinare. Ma non una cosa normale, palle da baseball. E lì, capisco. L'amore è finito.

FASE 7
Vado in ufficio, ma sono serena. L'amore è finito. Conto tutti i mesi che ho perso, ma poi penso: bè in fondo che avevo da fare? E così un pomeriggio una ragazza molto più bella di F. si innamora di me. Viviamo felici e contente due settimane. Il resto è dramma.

FASE 8
Come sempre.



domenica 25 novembre 2012

cinque mesi.

Sono tanti mesi che non passo di qui, quasi cinque. Ogni tanto avrei voluto scrivere, ma sentivo di non avere abbastanza ordine per farlo. O forse respiro. Sì, più respiro che ordine. Allora mi ci metto questa mattina, nella mia mise di lesbica media: pantaloni adidas e felpa burton, pur non essendo né sportiva né skater. E piedi nudi, un must di sempre. E penso, ma cosa posso scrivere? Sono stati cinque mesi intensi.

Partirò dai cedri del libano. Davanti a casa mia c'erano questi due cedri del libano, che praticamente sono due grossi alberi che somigliano ai pini e non fanno assolutamente cedri. Io so che si chiamano così, perché mia madre citava sempre i cedri del libano, quando nevicava. Diceva, vieni a vedere i cedri del libano come sono belli, con la neve. Io ero sempre molto presa dalle mie attività per scomodarmi e andare a guardare le piante. E poi il binomio libano neve mi destabilizzava. Soprattutto da bambina. Pensavo che il libano fosse assolato e pieno di spiagge e quindi di palme e non di pini, e che neve poi? Sembrava la solita sparata come quelle che usava per farmi mangiare o per convincermi ad addormentarmi. Cedri del libano, ma scherziamo?

Ad agosto ho perso mia madre. Ero in vacanza in un mare senza cedri. Dentro di me sapevo che sarebbe successo mentre ero lontana, anche se i medici dicevano che ci sarebbe voluto molto più tempo. Ma ci sono un sacco di cose che la medicina non riesce a spiegare: per esempio la certezza che si stia salutando una persona per l'ultima volta. Quando ho chiuso la mia borsa e passato in rassegna l'arsenale di medicine che porto con me ogni volta che mi sposto alimentando l'ansia che mi attanaglia praticamente da quando sono nata, ci siamo salutate. Non so se avete mai avuto a che fare con persone sotto morfina, ma non è facile salutarle. Invece quella mattina è stato diverso. Mi ha guardata e mi ha detto un ciao che non sentivo da tanto tempo. E così ho capito che non ci saremmo viste mai più. Avrei potuto rimanere, ma sono andata. Se non fossi partita non mi avrebbe mai salutato così bene.

Ho pensato molto, in questi mesi, a quale verbo si addica meglio a una persona che muore. E non è morire. Perdere mi sembra quello più appropriato. Per tanti motivi. Se una persona muore, non vuol dire niente. Se ci lascia, nemmeno, perché non è che ci lascia propriamente. Che non ci sia più? Ma per favore, è pieno di gente viva che non c'è mai. Ecco, perdere per me è appropriato. Significa che se la cerco, non la trovo. Se la chiamo non risponde. Insomma, l'ho persa, che devo fare. Lascia anche un certo spiraglio di speranza, a suo modo, anche se generalmente non ho mai ritrovato quello che avevo perso, a parte un mazzo di chiavi una volta, ma mio padre aveva già cambiato tutte le serrature e non sono servite più a niente. Ho tenuto il portachiavi però. 

Insomma, è successo che una sera di qualche giorno fa, torno a casa e i cedri del libano non ci sono più, ok? Io che mi ero negli anni appassionata a questa storia di quanto fossero belli con la neve. Li hanno tagliati per costruire una rotonda. Fondamentalmente li hanno uccisi per togliere tre semafori. A quanto pare è un mondo così, spero che i Maya ci facciano tanto tanto male. Torno a casa e non trovo i due cedri del libano che erano lì da sempre. Mi sono sentita molto sola, e dispiaciuta per mia madre, perché lei si sarebbe molto indignata e forse avrebbe mandato un'utopica mail al municipio. Come quando levarono cinque insignificanti minipini dietro casa, per farci un parcheggio. Ma era una cosa irrisoria. I cedri del libano invece erano maestosi cazzo, tutta un'altra faccenda. Quest'anno nevicherà sul cantiere della nuova rotonda, ma la viabilità sarà migliore eh. 

Mi è dispiaciuto tanto per lei, perché quando si muore non ci si può più lamentare e nemmeno far sentire. Quando si muore non si ha più diritto a niente, nemmeno a farsi trovare. Ma forse è bellissimo e si sta meglio proprio per questo, e ci sono tutti i cedri del libano che desideriamo. Noi conosciamo solo la morte da vivi, dopotutto. 

Hanno tagliato i cedri, ma le radici sono rimaste. Per forza, e chissà per quanti metri, sotto terra. Stanno lì, nodose e incazzate sotto il cemento. Come le mie, di radici, del resto.

martedì 3 luglio 2012

Diversi.

Tra i tanti modi in cui vengono chiamati gli omosessuali (di recente, ho scoperto per le lesbiche l'aulico epiteto leccamoquette) ce n'è uno che mi ha sempre fatto riflettere. Perché penso che le parole abbiano un valore sacro e nessuna è mai lì per caso, nemmeno quando sembrano dette a vanvera. Le parole sono una delle poche cose belle che esistano, in generale, e io le amo e le conosco fin da bambina, quando passavo ore in cucina a scriverne a caso e tentare di comporre anagrammi senza mai riuscirci. 


Diverso, è sempre stato un soprannome interessante. Innanzitutto perché è estremamente sprezzante. Poi perché in sole sette lettere riesce a condensare tutta l'ignoranza di chi lo pronuncia. E poi perché è vero, in un certo senso. Quando penso a me in quanto essere vivente con due braccia, due gambe, un cervello e tutto il resto, mi sento del tutto uguale agli altri esseri viventi (salvo il cervello, che comunque se la cava oltre la media). Quando penso a me in quanto donna omosessuale, non ritengo che definirmi diversa sia qualcosa di sbagliato. L'importante però è che lo dica io, e non un coglione che passa per la strada.


Diversa da chi? Io parlerei piuttosto del diversa perché. E qui mi spiego, ma ci metterò poco, perché è davvero elementare. Un omosessuale è diverso perché arriva un momento in cui deve spiegarsi, o meglio, giustificarsi. Il coming out non è solo una presa di coscienza, non è  necessariamente qualcosa di giusto verso se stessi, è soprattutto una forma di giustificazione. E di affermazione. Che poi non sono concetti tanto distanti. Quando a diciassette anni l'ho detto a mia madre, io mi stavo giustificando. Non le avrei mai detto: ehi mamma guardami, sono un essere umano. Oppure, mà, hai visto come sono caucasica? Oppure, mamma, penso sia giunto il momento di renderti partecipe del fatto che ho una predisposizione maggiore verso le materie umanistiche e no, non frequenterò mai ingegneria. Ho fatto coming out perché sentivo il bisogno di raccontare a qualcuno (non uno qualsiasi), cosa fossi, tra le altre cose. Ho sentito l'esigenza di affermare qualcosa che mi ha preso un giorno a caso e non mi mollerà più per tutta la vita. Qualcosa che per me è del tutto naturale, ma che in fin dei conti, lo sarà veramente sempre e solo per un omosessuale.


Quando ho fatto coming out la reazione di mia madre è stata più o meno tragica. Molte lacrime, per esempio. Ricordo di averle detto di non raccontarlo a nessuno, e due ore dopo lo sapevano anche mio padre e mio fratello. Per loro non è stato traumatico. Sarà che per un padre la preoccupazione cardine è che la propria figlia non venga messa incinta da un cretino (oppure non venga messa incita e basta. Mai.). Quando ho fatto coming out credevo di liberarmi di un peso e invece mi sono versata in testa una colata di cemento. Così va la vita. Eppure, se ci penso bene, so perché l'ho fatto, nonostante fossi così giovane. Perché ero innamorata, e volevo rendere partecipi tutti di questa cosa. Anche mia madre, anzi, forse proprio lei per prima. Perché nonostante non siamo mai andate troppo d'accordo c'è e ci sarà sempre qualcosa che mi tiene legata a lei, ovvero quel cordone ombelicale che mi hanno levato due minuti dopo essere nata e che però non è mai stato tagliato. Quello schifoso e insanguinato devono averlo buttato da qualche parte, ma in quel momento se ne è creato uno metafisico, invisibile, che non potrà mai recidere nessuno. Nemmeno un paio di forbici immaginarie.


Quando ho fatto coming out, a nessuno è fregato che io fossi innamorata. Erano tutti troppo preoccupati a pensare alla loro reazione, e al mio futuro. E per cosa? Io sono cresciuta lo stesso, e loro sono invecchiati. Sarebbe successo anche se fossi stata etero. Da quel giorno per me tutto è cambiato, forse in peggio, ma qualcosa si è mosso. E quando qualcosa si muove, va sempre bene. Perché significa che ci siamo, e siamo vivi, e possiamo amare, essere amati, smettere di amare e tornare a farlo. Quando ci va.


Questo post è per un'amica, che sono felice sia diversa, proprio come me. E poi è per tutte quelle persone che hanno il coraggio di non nascondere quello che amano. Ed è anche per tutte quelle persone che invece non ce l'hanno.

domenica 24 giugno 2012

Social?

Sono una persona mediamente tollerante. Conosco bene i miei limiti e i miei deficit comportamentali e psicologici e anche le mie debolezze. Sono delle grandi potenzialità, se si imparano a gestire, perché niente è più interessante di un disagio quando è ben convogliato da qualche parte. Potrebbe essere una fonte di energia alternativa. Ma tu hai una macchina a disagio? Ma com'è ti trovi bene? Distributori? Ovunque. 


Mi piacciono le persone che soffrono, ne sono attratta istintivamente e senza alcuno spirito da crocerossina. Tanto per farvi capire, il mio approccio non sarebbe "Posso aiutarti?", ma "Ti va di affondare insieme?". E così, sono sempre qui, e non che stia bene, chiaro. Sono una persona mediamente tollerante: non mi dà fastidio chi mastica rumorosamente, non odio chi tira su col naso, e chi ascolta la musica troppo alta con l'ipod mi fa tenerezza, perché perderà l'udito. Non mi irrita chi legge Moccia, non mi va di sparare a chi guarda La5, mi stanno benissimo i vegani fondamentalisti. Tanto finiremo tutti uguali e allora aver odiato, o anche solo aver provato fastidio, ci sembrerà uno dei molti modi in cui abbiamo lasciato che la nostra vita si consumasse. Io non odio niente e nessuno, ma c'è una categoria di persone che non sopporto: quelle che la mattina, sui mezzi, guardano facebook sul telefono.


Ora, chiaro che non sono affari miei, ma chiaro anche che in un certo senso lo sono. Cominciare la giornata facendo incetta di stronzate è il miglior modo, per esempio, per investire qualcuno successivamente. Oppure fare una carneficina. Oppure dire cose mediocri. Oppure irritarsi per la fila al supermercato. E allora, se rimango coinvolta anche solo in una di queste attività, inevitabilmente c'entro anche io. Pertanto ho il diritto di oppormi all'ora di facebook mattutina via smartphone. Mi fanno una pena infinita quelli che hanno un telefono come il mio, per esempio, che ci mette venticinque minuti per caricare una pagina. Stanno lì, lo scuotono, sbuffano e arrancano, finché un riflesso blu non ingombra le lenti dei loro Wayfarer. E allora si rilassano, come quando sei in un luogo in cui non troverai mai un accendino e nessuno attorno a te fuma e lo cerchi e stava in fondo alla borsa. Salvo, ma chissà ancora per quanto.


C'è una tizia, in particolare che prende sempre il mio treno, quel tipo di donna che qualcuno che conosco non esiterebbe a definire una milfona. Ecco, lei si siede in uno di quei posti vicino alla presa della corrente, nel caso l'iphone dovesse scaricarsi. Arriva presto apposta, non so che dire, è così. E poi va su facebook. E sorride. Ogni due minuti, sorride. E io dietro al mio libro mi chiedo che cazzo ci sia da sorridere, e penso, ma quando sto su facebook io sorrido? E mi pare proprio di no. E mi chiedo anche perché devo fare tutta sta fatica a leggere e studiare e capire e andare avanti e superare quello che è il mio lavoro, quando nessuno me lo richiede, mentre un giorno uno qualunque di questi tizi potrebbe arrivare e presentarsi come il mio nuovo capo.


Questa è l'unica vera pecca che riconosco ai social network, che tanto utili risultano sotto altri punti di vista: l'appiattimento. L'assenza di pensiero. Anzi, il provocare riflessioni troppo brevi e interrotte per essere tali. La facilità. Il capire tutto immediatamente. La completa assenza di ricerca e, quindi, di introspezione. L'eccessiva autoreferenzialità, quando niente si ha da raccontare. L'esistere per il solo fatto di avere un profilo. Gli stravolgimenti verbali che hanno provocato, per cui diario è quel diario e pagina è quella pagina e perfino amico sta diventando quell'amico e profilo non è più una persona vista di lato. E l'impossibilità di uscire da tutto questo, almeno per ora. E l'essere tutti alla portata di tutti. Prima di facebook non conoscevo tanta stupidità, perché non era quello che mi ero costruita attorno. E ora la subisco, come il passato di verdura a quattro anni. 


Finché un giorno non mi sembrerà qualcosa di assolutamente normale, e arriveranno cose ben peggiori, tipo i capperi. 


E avanti così, o forse no?



domenica 3 giugno 2012

Pride.

Ho visto il mio primo gay pride a tredici anni. I miei mi avevano spedita in una di quelle vacanze dove la mattina vai a scuola a far finta di imparare l'inglese. Insomma, stavo a Brighton e c'era il sole e io non ero ancora una persona. Oltre a non avere un vero e proprio orientamento sessuale, ero priva di qualunque tipo di orientamento, tant'è che mi ero persa. E vagando alla ricerca di qualcuno che potesse riportarmi da dove ero venuta mi sono imbattuta prima in due Catwoman e poi in Batman e Robin. Questi due limonavano felici in un'aiuola, come non ci fosse un domani. Pur non essendo più in fasce, non mi ero mai minimamente posta la questione dell'omosessualità. In quella fase della mia esistenza mi guardavo spessissimo allo specchio chiedendomi da dove cazzo fossi venuta, ma soprattutto dove sarei andata, finché non mi pigliava un attacco d'ansia (che allora non interpretavo come tale, ma come un calo di zuccheri) e mia madre veniva a portarmi via. Mi piazzava davanti alla televisione. Dio solo sa quanto mi è stata utile la televisione.

Qualche anno dopo ho partecipato al mio primo gay pride. Sapevo di essere lesbica, ma non mi importava troppo. Il lesbismo per me era ancora qualcosa di completamente teorico, pur essendo una lesbica praticante. Tutto era assolutamente egoriferito, per cui esistevamo solo io e le mie love story da tre barra quattro settimane. Il mio primo gay pride è stato milanese e deludente, come quasi tutte le prime volte. Mi sono annoiata, ho conosciuto le amiche di quella che allora era la mia fidanzatina, e sono tornata a casa a ripassare autori greci per l'interrogazione del giorno dopo. Era molto più comoda l'esistenza, scandita dai compiti in classe. Gli anni sono passati e, nel mio totale disinteressamento, non ho mai mancato un pride. Forse perché dentro di me ritenevo giusto esserci, nonostante non abbia mai amato alcuna manifestazione collettiva. In tutto il mio essere acerba, avevo il sentore di essere parte di qualcosa, anche se non mi sentivo parte di niente. Capivo che tutte quelle persone così lontane da com'ero io, altro non erano che i miei simili, e dovevo accettarli, ma soprattutto farmi accettare. La sentivo come una missione: quella era la mia specie e non l'avrei abbandonata nemmeno per l'opera omnia di Carver.

Ad oggi, ogni volta che partecipo a un gay pride, non so bene perché lo faccia. Innanzitutto, ne esco sempre infastidita. Mal sopporto la musica, i carri, le piume, gli addominali, perfino certi modelli di occhiali da sole. Le persone che fanno fotografie e gli striscioni, sempre uguali (e quindi, rassicuranti), le serate dopo il corteo, i volantini che leggo tutti dall'inizio alla fine (più per una forma di nevrosi che di interesse). Non mi diverto, eppure quella giornata non è mai una giornata persa. Acquista una sua dimensione, e questo mi basta. Mi aiuta a capire per qualche minuto ciò che poi mi sfugge per tutto il resto dell'anno. Mi specchio in qualche vetrina mentre mi piovono coriandoli nella tshirt e, a differenza di tanti anni fa, mi riconosco, per cui evito anche di accendere il televisore. 

Non ho mai sopportato chi boicotta i pride, perché non vuol dire niente. Non ho mai sopportato chi è contro i gay pride, perché non vuol dire niente. E non ho mai nemmeno per un attimo assecondato chi non comprende i gay pride, perché non c'è niente da capire. Io stessa non riesco a coglierne un aspetto impegnato o carnevalesco. Non mi interessa. Mi sembrano giorni in cui possiamo mostrare quello che siamo fino ad ostentarlo, e questo mi riempie di speranza, mi sembra giusto o, molto banalmente (ma nemmeno troppo), democratico. 

Quest'anno, come sapranno tutti quanti, il pride nazionale si terrà a Bologna. Ho letto alcune delle polemiche sorte in relazione al terremoto e compagniabella. Ognuno aveva qualcosa da dire, come accade sempre nel nostro paese. Il problema è che pochi avevano qualcosa di interessante da dire. L'idea di un pride più contenuto inizialmente mi ha dato da pensare. Il rispetto alle persone che soffrono mi è sembrato qualcosa di nettamente scollegato da quella che è la nostra festa. Poi ci ho pensato, e ho pensato che in fondo non mi interessa che al posto di un pezzo di ladygaga ci sia romagna mia. Purché non ci sia troppo contegno. Una calamità naturale è una tragedia, ma la nostra condizione è altrettanto tragica e non accenna a migliorare. Per cui.

Ci vediamo a Bologna. O magari anche prima.