venerdì 21 marzo 2014

La sindrome di Kurt

Questa sera pedalavo su una bici non mia e mi è venuto in mente che mi andava di scrivere una cosa, anche se il blog è chiuso. Non fa niente se è chiuso, facciamo che la serranda è abbassata e si può fumare dentro, ok? Come nei bar di provincia eccetera. Passando di fronte a un'edicola ho visto la copertina di Rolling Stone. Ci sono Kurt Cobain e Courtney Love in prima pagina e il titolo dice: 20 anni senza Kurt. Allora perché ci hanno messo anche lei, ho pensato. E mi è venuta voglia di scrivere questa mia personalissima teoria, questa sindrome di cui tutti (mas o meno) almeno una volta nella vita sono vittime. La chiameremo Sindrome di Kurt. Fondamentalmente è quando incontri la tua Courtney. Cioè tu ti sbatti, hai la gastrite tutti i giorni, componi pezzi che rimarranno per sempre nella storia della musica di tutti i tempi tipo il Requiem di Mozart e cose così e poi una tizia con il rossetto e anche un filo di cellulite ti intercetta e sei finito.

Tutte incontriamo la nostra Courtney, ma non tutte abbiamo il physique du role per esserlo e così se ci incappi, sappi che non lo sei. Io, per esempio non lo sarò mai. La donna Courtney è facile da riconoscere, solo che non lo si vuole ammettere e allora si cade in questo vortice pazzesco per cui, se non sei Kurt Cobain sei una povera scema e finisce che non la farai finita ma rimarrai a piangere sul divano per mesi e mesi, fino a che una donna completamente diversa dalla donna Courtney che di cognome ha scelto Amore, non ti raccoglierà e allora magari la farai soffrire tu, magari no. Va a saperlo. 

La donna Courtney ti fa sentire onnipotente. Di fianco alla donna Courtney ci si sente belle e dannate, ci si sente anche più alte e l'incedere non è mai incerto e quando la si cinge con il braccio in mezzo alla strada nessun momento era mai stato tanto perfetto e le persone ti guardano perché siete oggettivamente entrambe belle e maledette oppure non lo siete ma vi percepite tali e quindi in un certo senso lo siete e comunque le persone vedono sempre più o meno come ci sentiamo, quindi il ragionamento non fa una piega. La donna Courtney ti prende e ti bacia in mezzo al marciapiede come nella riproduzione di una fotografia già vista mille volte, ti vede e ti bacia davanti a un bancone, ti vede e ti bacia, crudele, davanti a una ex o a una che sa che la ama e in molte la amano, ti prende e ti bacia in macchina, ti prende e ti bacia quando più te lo aspetti, perché ti prende e ti bacia sempre e ti lascia addosso il rossetto, perché la donna Courtney ne mette, ne mette continuamente, appena si sfa, lo rimette e poi hai voglia a toglierlo dalle tshirt, dato che, ti dice guardandoti come se fossi appena uscita dall'oratorio, è waterproof. 

Con la donna Courtney ti sbronzi come mai ti era capitato e lei ti porta a fare due passi per farti riprendere perché è sempre più lucida di te, in generale, e poi ti riprendi e ti bacia e anche se vomiti, dopo ti bacia, perché tu sei perfetta e tiri mattino e non ti capitava da dieci anni e poi ti bacia ancora e poi fai sesso e comunque il sesso ha sempre qualcosa di problematico, qualcosa di anormale anche se a te sembra il miglior sesso che tu abbia mai fatto, mentre lei non viene praticamente mai e lì per lì si fa finta di niente ma poi, quando la donna Courtney perde le staffe, allora sei un'incapace, un'insensibile e tendenzialmente un'imbecille.

La donna Courtney è un abbaglio, è l'errore scontato, quell'errore chiaro a tutti tranne che a te. Sono i libri che inizia e non finisce, i film che dice di aver visto ma non è vero, gli amici che dice di avere e non ha, la macchina che guida, i pantaloni aderenti che ti piacevano tanto, il profumo, perfino il pigiama e come mastica, come cammina, come sa di piacere e il terrore di non piacere, come rende ogni momento indelebile, soprattutto nel male. Quando ami una donna Courtney pensi che non amerai mai più in quel modo, mai, mai più. Anche se l'hai aspettata ore e faceva freddo, ogni volta, l'hai aspettata ore e quando arrivava ti sembrava di averla aspettata solo una manciata di minuti e prima che arrivasse il cuore batteva come ne Il tempo delle mele e avete presente cos'è la tachicardia per un'ora intera? È un cazzo di tortura, non ha niente di romantico, è ansia che divora. Solo che lì per lì ti sembra amore e del resto tutti lo chiamano così e allora hai questo tuo bel ricordo di tachicardia che guardi sempre la stessa vetrina e c'è il calendario di Papa Francesco a soli sette euro e novantanove. La donna Courtney pur di farti eccitare, sapendo che ti fanno eccitare le donne che vanno in chiesa, addirittura leggerebbe sull'altare.

Ma, c'è un ma, per fortuna. Cioè tu non sarai mai Kurt Cobain. Non ci saranno fucili da puntarti in faccia, giri strepitosi e sempre uguali di chitarra, tre o quattro maglioni indossati contemporaneamente, le unghie sporche, un'eredità da lasciarle di milioni di dollari e una figlia che si chiama Francesca Fagiolo. Quando finisce tu sei sempre quella di prima, con la differenza che ti sei salvato. Che mentre ti struggi e non sai se morirai d'amore o di qualcosa che ci somiglia, tu ti stai mettendo in salvo. Dalle scenate, dalle gelosie, dalle esibizioni di tutte le volte e da tutto quello che hai percepito strepitoso ed era noia. Ma lì, giuro, era strepitoso. È stata la storia d'amore più bella di sempre, quella con la tua Courtney. Però poi è finita. In fondo non succede la stessa cosa con la Coppa Malù?

martedì 21 maggio 2013

Ultimo canto di Saffo

Questo è il mio post numero 55, ed è anche l'ultimo.
Saffo aveva i baffi ha fatto il suo tempo e quindi muore, come tutte le cose. Più o meno.
Le motivazioni sono molteplici, anzi forse è solo una, ovvero non ho più nulla da dire sull'argomento. Avrei potuto parlare di molte cose che riguardano il nostro mondo, ce ne sarebbero almeno per un paio di vite. È che non mi interessa farlo, e comunque già lo fanno in molti e meglio di me.
Però è stato bello. 
Grazie per avermi letta.
S.

sabato 20 aprile 2013

Buongiorno

È da un po' che non ho niente da dire qui.
Quindi tornerò appena avrò qualcosa da dire.
Sì, un po' ripetitivo, però è così.

A presto spero!

mercoledì 30 gennaio 2013

Due donne, un matrimonio e tutto il resto.

Lorenza e Ingrid hanno deciso di sposarsi. A giugno, in Svezia. Hanno anche deciso di raccontare i mesi che precederanno il matrimonio in un sito, cioè il loro. Che si chiama Lei disse sì, ed è un blog con cose scritte e cose da vedere. Quindi se siete troppo pigre per leggere, potrete sempre guardare i loro video. Se invece non siete troppo pigre per leggere, leggetevi anche l'intervista che ho fatto a entrambe. Nonostante le domande, hanno risposto. Quindi le ringrazio molto e auguro loro dei mesi interessanti.

Eccola.



Ciao Lorenza, ciao Ingrid. Innanzitutto volevo chiedervi se vi disturba il fatto che vi stia facendo delle domande in Times New Roman.

Il font con le grazie ha sempre un certo appeal...


In pochi giorni la vostra pagina web (leidissesi.net) ha avuto moltissime visualizzazioni. Secondo voi siamo un popolo particolarmente voyeur, oppure avete avuto una buona idea?

Stranamente abbiamo avuto un'ottima idea ma più che un'idea è stata una intuizione che ci hanno fatto venire alcuni amici quando abbiamo detto che ci volevamo sposare. Raccontare i preparativi del matrimonio, come un matrimonio qualsiasi, con le fedi da pensare, il vestito da provare e la mamma che ti pressa per le bomboniere è un privilegio che non tutti hanno. Però è vero che purtroppo in Italia non ci sono molti “esempi” da spiare e credo che se 10 anni fa qualcuno avesse fatto un blog come questo saremmo state tutto il giorno a spulciarlo!


Lorenza, hai chiesto a Ingrid di sposarti. Da sempre noi bambine (anche lesbiche) abbiamo davanti agli occhi questa scena dell'uomo che estrae un anello da un posto a sorpresa, tipo dallo spazio tra un cuscino e l'altro del divano. Secondo voi perché viene reiterata questa gag? La tua proposta come è stata?

Le ho fatto la proposta pochi giorni fa, con un solitario “diverso” e l'ho fatto in modo inaspettato e forse più apprezzato. Mi sono inginocchiata (su una pozzanghera) sapendo che avrebbe detto sì ma è stato bello farlo. I riti sono importanti anche per i più scettici e burberi come me...


Ingrid, tu come ti sei sentita?

Per questa risposta rimandiamo al post che ha scritto Ingrid sul blog.


Vi sposerete in Svezia tra meno di sei mesi. Poi tornerete in Italia. Cosa cambierà, effettivamente, nelle vostre vite?

Non cambierà niente se non quello che sta già cambiando adesso, con questo blog e con la voglia di continuare questa “battaglia” per i diritti.


Vi sposerete il primo giorno d'estate. È una data simbolica, o prima in Svezia avrebbe fatto troppo freddo?

Il 21 giugno è una festa nazionale in Svezia, “la festa di mezza estate” e l'abbiamo scelta perchè ci sembrava divertente fare una festa con gli amici un po' pagana. È il giorno più lungo e ci piaceva pensare ad una festa che non finisse mai!!!


Dopo il matrimonio, la vostra pagina web si disintegrerà o potremo spiare come vivono due donne sposate? Davvero vi va che questo accada?

Non sappiamo come e se continueremo, al momento stiamo pensando di realizzare un documentario con il materiale raccolto. Ma non escludiamo che il blog potrà continuare ad esistere in altra forma...


Parliamo di cose impegnative: bambini. Spesso provocano matrimoni, ma non nel vostro caso. Se vivessimo in un paese ideale vi piacerebbe averne?

Non abbiamo pensato a fare figli e al momento non ci interessa. Abbiamo tanti amici che figliano e tanti piccoli nipotini che nascono a cui voler bene. Non è giusto pensare che la procreazione sia il fine unico di un'unione. Noi ci sposiamo perchè vogliamo fare un patto tra di noi e vogliamo avere dei diritti come persone adulte.


Secondo voi perché la maggior parte delle storie lesbiche (in questo caso parlo di libri e film) finiscono malissimo?

Perchè viviamo in un mondo malato... e comunque questa è una cosa a cui abbiamo pensato spesso. Potrebbe essere un interessantissimo tema da sviluppare in un documentario.


La decima domanda non ci sarà. Volete rispondere come se ci fosse?

No, non abbiamo ancora fatto la lista nozze ma se volete mandarci un regalino lo accettiamo volentieri!

martedì 29 gennaio 2013

Leidissesì. O storia di un quasi matrimonio.


Conoscete questo sito?
Se sì, bene. Se no, basta cliccarci sopra. Ebbene sì, anche le lesbiche prendono moglie. E quando Maometto non va alla montagna, due lesbiche si sposano in Svezia.
A breve un'intervista. Intanto, se volete, potete farvi un po' di fatti loro.

sabato 19 gennaio 2013

Porte a vetri

Ogni tanto mi guardo allo specchio e tento di identificare quale tipo di lesbica sono. Io non sono mai stata bene da nessuna parte, nella vita dico. All'asilo stavo male. A scuola stavo male. Mi mandavano all'oratorio e stavo male. Al parchetto stavo male. Insomma, ovunque mi piazzassero, io soffrivo. Dimenticavo: al corso di nuoto stavo malissimo. Però non ho mai ostentato il mio disagio, cioè, non l'ho mai fatto pesare diciamo. Da bambina volevo tantissimo assecondare i miei, tipo esprimendo della sincera gioia nello scendere in cortile a giocare con gli altri bambini. È che non la provavo per niente. 

Ricordo questi interi pomeriggi di "proviamo a vedere se oggi Sara gioca con gli altri bambini", in cui mia madre mi portava davanti alle giostrine. C'erano il castello, l'altalena, la macchinina rimbalzina e una serie di altre stregonerie che mi lasciavano oltre l'indifferenza. Lei si sedeva sulla panchina e apriva un libro, uno sempre diverso perché leggeva velocissima. E io stavo lì di fianco, senza libro perché ancora non sapevo leggere. Stavo lì e guardavo i bambini giocare. E guardarli mi piaceva da morire, ero felice che si divertissero ed ero ammirata dalla loro disinvoltura nel parlarsi o dalla loro agilità nell'arrampicarsi. Ce n'era uno che si chiamava Daniel che sapeva camminare sulle mani e io ero estasiata e pensavo, questo Daniel mi piacerebbe conoscerlo, ma poi era come se davanti a me ci fosse un vetro e anche se avevo cinque anni capivo che questo vetro ce l'avrei avuto di fronte per un sacco di tempo. Dopo un po' mia madre mi chiedeva, vuoi che andiamo? E io dicevo sì, anche se sarei rimasta a guardali per sempre. Però mi aspettava un gelato, un premio alla mia incapacità di socializzare. Sono tanto contenta che lei non mi abbia mai fatto pesare questa cosa, che non mi abbia guardata con disapprovazione quando aspettavo che tutti uscissero dalla vasca con la sabbia per entrarci io a fare due formine sghembe a forma di tartaruga. 

Poi ho iniziato a fingere, ho iniziato a giocare anche se avrei preferito rimanere a guardare e basta. Ho iniziato a giocare e non mi piaceva, però mi faceva sentire integrata e uguale agli altri, ma il vetro era ancora lì. Quando le ragazzine davano i primi baci ai ragazzi, io baciavo il mio vetro infrangibile. Quando compravano il rimmel, io pulivo il mio vetro infrangibile. Quando facevano il gioco della bottiglia alle feste di compleanno, io pregavo che quella cazzo di bottiglia non mi ndicasse e non è mai successo perché il karma mi è stato accanto e perché mi invitavano a poche feste di compleanno.

Ora che ho ventotto anni mi guardo allo specchio, che alla fine è un vetro anche lui e mi chiedo a quale tipo di lesbica possa appartenere, perché ci tengo a questa cosa. Però non so esattamente quanti tipi ne esistano. Allora mi guardo e mi vedo troppo poco indie, troppo poco femminile, troppo poco mascolina, troppo poco impegnata, troppo poco disimpegnata, troppo poco elegante, troppo poco trasandata, troppo poco colta, troppo colta, troppo proud, troppo poco proud e in più non ho mai visto Lword. Le poche volte che mi capita di frequentare ai locali mi sembra di stare allo zoo, un po' per gli esemplari che ci trovo, un po' per il mio approccio alla cosa, un approccio che definirei etologico. Poi ogni tanto qualcuno arriva dall'altra parte del vetro e mi fa toc toc e se mi va apro. Con il tempo è diventato una finestra. 

mercoledì 2 gennaio 2013

10 buoni propositi.

Avrei voluto scrivere un oroscopo, come l'anno scorso. Poi ho detto, ma chi me lo fa fare. E infatti non lo farò. Tuttavia ho deciso di condividere con voi i miei buoni propositi del nuovo anno. Una volta una persona, vai a sapere chi, mi ha detto che tra le cose più noiose che gli altri ci possano raccontare, ci sono i loro sogni. In effetti, quando di mattina qualcuno mi dice: sai cosa ho sognato stanotte? Non me ne frega mai un cazzo della risposta. I sogni degli altri sono noiosi, è vero, perché un sogno ha senso solo per chi lo fa. I desideri già sono una cosa diversa, perché sono belli e aspirazionali e comunque conoscere quelli degli altri ti permette di farti due domande sui tuoi. E così, secondo me, i propositi, che sono dei desideri apparentemente realizzabili. In realtà chimere, come quasi tutto.

I miei buoni propositi del 2013:

Proposito 1: iniziare a conoscere cose che la maggior parte delle persone conosce (attenzione: questo proposito cozza con il proposito 4).
Da sempre so di non essere una persona veramente integrata nella società. Non ho nulla che non vada, però tendo ad autoescludermi. In che modo? Per esempio non avendo mai visto Ritorno al futuro. Tra le altre lacune che intendo colmare ci sono: Pulp Fiction (ohhhh, ma è gravissimo, direte. Vi ho sentiti, stronzi), Il signore degli anelli, Star Wars, Herry ti presento Sally, una serie a caso (non ho mai visto una sola puntata in tutta la mia vita), gruppi sentiti pronunciare all'infinito tipo Arcade Fire e The Xx, almeno un libro di Baricco. Due anni fa uno dei miei propositi fu iniziare a fare cose che la maggior parte delle persone fa, e come primo obiettivo c'era riuscire a finire una birra media. Ora ne bevo tranquillamente un litro, quindi secondo me ce la farò. Magari però tolgo Baricco. 

Proposito 2: scrivere qualcosa che non siano questi post (attenzione: questo proposito cozza con la policy del blog).
Vorrei che mi venisse in mente una bella storia e vorrei scriverla e sentire i personaggi come se fossero miei amici e non volerli lasciare andare mai più.

Proposito 3: fondamenti di pragmatismo (attenzione: questo proposito cozza con il Proposito 4).
Quali segreti nasconde la lavatrice? Come si tiene il ferro da stiro? Come si fa a cucinare?Come si guida un'automobile? A diciotto anni scoprii il funzionamento della moka e mi sentii molto più indipendente, perché da sempre ero convinta che il caffè andasse buttato quando bolliva l'acqua. Quest'anno svolterò in almeno una di queste attività.

Proposito 4: emanciparmi dal vincolo delle passioni, cercare l'uno al di sopra del bene e del male (attenzione: questo proposito cozza con i Propositi 1 e 3).
Insomma, questo è chiaro, non ha bisogno di spiegazioni.

Proposito 5: Scrivere quel post su Carmen Consoli (attenzione: questo proposito cozza con il Proposito 2).
Ci tengo molto, vorrei che fosse una cosa all'altezza della tematica che tratta.

Proposito 6: Iniziare a studiare qualcosa che non so.
Tipo la cazzo di filosofia, che per me rimarrà sempre un mistero. 

Proposito 7: Alleggerirmi (attenzione: questo proposito cozza con i Propositi 2, 4, 5 e 6).
È sicuramente il più difficile.

Proposito 8: Andare a un matrimonio. Ma in chiesa proprio. (Attenzione: questo proposito cozza con la mia natura).
Che qui tra amici sinistrorsi, gay, anticonformisti, anticlericali, sociopatici e poco fortunati, fondamentalmente non si festeggia mai. Io invece voglio essere invitata a uno di quei matrimoni pacco in cui le ragazze alla fine si commuovono e sono fintamente felici per la sposa. Va bene anche solo la cerimonia. Anzi, solo la cerimonia è meglio.

Proposito 9: Prendere confidenza con i gatti (Attenzione: questo proposito cozza con il Proposito 8, a meno che non sia un matrimonio tra gatti).
Sebbene continui a preferire i cani, avvicinarmi ai gatti è diventata una questione imprescindibile. Sono circondata da persone che amano i gatti, e non solo lesbiche purtroppo. Spero di riuscire a farmi accettare da questi animali che mi snobbano da sempre.

Proposito 10: Essere felice almeno un giorno al mese. (Attenzione: questo proposito cozza con la realtà).
Ma magari anche due o tre. 

I miei propositi sono finiti. Se volete qui sotto potete scrivere i vostri. Se non volete, potete non farlo. Se siete indecisi state partendo molto male.

lunedì 24 dicembre 2012

Lettera di Natale.

Caro Babbo Natale,
stasera sono ventitre anni esatti che so che non esisti. È successo la vigilia del 1989. Volevo assolutamente sapere cosa mi avresti portato, così mio fratello, ragazzo pragmatico e integerrimo, ha aperto l'armadio dei nostri genitori e ha detto: guarda. E non era nemmeno la cosa che volevo, perché avevo richiesto un cagnolino e mi è arrivato un mangiacassette Bontempi che faceva anche i versi degli animali, tra cui il cane. Capito che beffa? La figlia di nessuno. Comunque sempre meglio dell'anno prima. Lì, mi aveva fatto credere che al cento per cento sarebbe arrivato il mio cagnolino. Come lo vorresti? E io dicevo uno qualunque, uno qualunque, anche uno piccolino e me lo faceva scegliere dall'atlante dei cani. Invece arrivò il castello dei Lego, adatto a bambini dagli otto anni in su. Ho passato tutto il Natale a masticare pezzi di torre, nella speranza che qualcuno si accorgesse che avrei potuto soffocare. Ma anche lì, nulla. Da quando ho scoperto che non esisti sto meglio. A un certo punto avevo iniziato a pensare che i cani ti stessero antipatici e la cosa mi faceva venire da piangere. Di fatto piangevo, accoccolata sotto l'albero, perché sono stata una bambina molto triste. Da quando ho scoperto che non esisti, ho iniziato a chiedere soldi e così, a sette anni, già impugnavo la mia busta piena di lire, congetturando cose, facendo calcoli su ciò che avrei comprato. Amavo contare i miei denari la mattina di Natale e pensavo a quei poveretti dei miei compagni di classe, che ancora passavano il loro tempo a scrivere letterine e chiedere Cantatu. E quando a scuola ci facevano scrivere la letterina per Babbo Natale io ero tranquilla, perché conoscevo la verità, e allora mi buttavo su massimi sistemi tipo la pace in Jugoslavia o l'evergreen dei bambini poveri con le mosche sulla faccia. Tanto io non avevo nulla da guadagnare e un po' di cibo per loro o una protesi a una gamba non mi avrebbe privato della mia busta colma di denaro. Insomma, non esisti. Ma nemmeno Saffo aveva i baffi esiste, cioè, c'è ma non c'è, e allora penso che se due entità che non esistono si scrivano, qualcosa debba accadere per forza. Allora accogli questa lettera invisibile. Caro Babbo Natale, io quest'anno vorrei un po' di culo. Vorrei che le cose iniziassero a funzionarmi tutte, come davvero succede a certe persone. Perché le persone fortunate esistono! È inutile che continuiamo con sta storia che la gente sta tutta male, non è vero. Il prossimo anno voglio che giri per me. Quest'anno ho perso la mamma, il lavoro e diversi treni, di quelli che però ripassano dopo mezz'ora. Due ombrelli, le chiavi e un racconto che avevo scritto tempo fa e che mi pareva molto bello. Non c'è più, da nessuna parte. Si chiama Zia Claudia, per favore, fammelo ritrovare. No, non è nemmeno nell'hard disk, no, nemmeno tra i documenti. È sparito, ma tu che non esisti so che puoi. Poi vorrei farmi un viaggio, un viaggio bello però, non quei surrogati di ponte o cose così. Voglio un viaggio avventuroso e pieno di suspance, nel caso sono disposta anche a prendermi la malaria, purché la si curi in tempo. E poi vorrei stare tranquilla: amare chi mi ama, riuscire a respirare bene anche senza le goccine, fare cose normali ed essere felice di farle. Vorrei non pensare alla morte ogni giorno, mia o di altri. E vorrei non avere la tonsillite. Vorrei che ogni giorno fosse magari non bellissimo, però soddisfacente, cioè non tanto soddisfacente, leggero. Vorrei sentirmi leggera senza la scimmia della solitudine, dell'ansia, dei libri che dovrei leggere, delle cose che vorrei scrivere. Vorrei che qualche problema si trasformasse in soluzione, e qualche soluzione in problema, perché tanto comunque in quel caso la soluzione la conoscerei e tutto si risolverebbe come niente fosse. Geniale, no? E poi vorrei capire se la mia vita ha un senso e se sì quale: so che non è un problema da niente e che in tanti ci sono morti, ma insomma, almeno un indizio, un segno, non so vedi tu. E poi vorrei che tutte le persone iniziassero ad avere la mia stessa ironia, soprattutto per quanto riguarda le battute su chi soffre. E vorrei non aver paura di niente, e vorrei imparare a cucinare qualcosa di decente, e vorrei imparare anche eventualmente a stirare. O comunque vorrei trovare una filippina a buon prezzo, onesta e magari di bell'aspetto. Che comunque han bisogno di lavorare. E poi vorrei che al cinema dessero solo film bellissimi, guardarli tutti e sentirmi sempre come dopo Tutto su mia madre o le storie di Kaurismaki che per me sono imprescindibili. E poi vorrei provare delle emozioni: tipo commuovermi o piangere per la felicità, che è una cosa che secondo me funziona solo alle olimpiadi. E allora vorrei partecipare alle olimpiadi, ma questa temo sia l'unica cosa veramente impossibile. Basta, ho finito. Ricapitolando: toglimi tutto questo peso che ho addosso e fallo in fretta, per favore. E tu invece cosa vuoi? Dai, scherzo, inculati. Ci sentiamo l'anno prossimo.
S.

domenica 23 dicembre 2012

Il mio primo amore erano tre.

Il Natale mi trova da sempre in uno stato di felice indifferenza. L'unica cosa che lo rende degno di nota sono i miei parenti, perché ho una famiglia molto numerosa e piena di freak, quindi, a suo modo, bella. Da sempre tutta questa gente fondamentalmente sconosciuta, ma con i miei stessi geni, mi è di grande ispirazione. Da qualche anno poi nessuno mi chiede più del mio fidanzato. Qualcuno deve aver cantato, forse la mia incapacità di accavallare le gambe. All'inizio trovavo molto imbarazzante tutta la situazione, poi li ho guardati bene e ho capito di essere una di quelle a cui comunque la vita aveva dato di più. Sono sicura che sia stata mia madre a cantare, in ogni caso. 

Ricordo che c'era una cosa per cui lei non si dava pace, riguardo la mia omosessualità. Credeva, come molti genitori, di aver sbagliato qualcosa con me: ma cosa? Io le rispondevo che aveva sbagliato tutto, ma che sarei stata lesbica in ogni caso. Se avessi saputo che non ci sarebbe stata più così presto, avrei risposto diversamente, ma un'amica recentemente mi ha detto che i sensi di colpa postumi sono inevitabili, quindi eccomi qui. Insieme alla sua malattia, sono cadute molte inibizioni, anche il tabù dell'omosessualità, ma non la sua inquietudine a riguardo. Un giorno, in ospedale, mi disse: eppure nella nostra famiglia non c'è nessun altro, tentando di esplorare goffamente il fattore ereditario. E mi chiese anche: ma ci si nascerà o ci si diventa? Quesiti enormi e senza risposta. Immagino che in questo momento, ovunque sia, avrà una visione più distaccata della questione.

C'è una storia che forse l'avrebbe tranquillizzata e sollevata da qualche senso di colpa (una famiglia piena di sensi di colpa, la mia), che non ho fatto in tempo a raccontare, ma che penso sia tanto illuminante quanto assurda. Io mi sono innamorata per la prima volta di una bambina a quattro anni. E non era una, erano tre gemelle, due delle quali omozigoti, la terza molto diversa e per questo per nulla felice. Erano mie compagne di asilo, le chiameremo C., V., B. Avevo trascorso il primo anno di scuola materna pisciandomi addosso, perché dei bulli della classe accanto mi facevano le poste fuori dal bagno. Dio li maledica per sempre, me li ricordo come fosse ieri. Poi è successo che il secondo anno di asilo non mi sentivo più la stagista della situazione e ho adottato un certo savoir faire, nonostante le scarpe con gli strappi indicassero chiaramente un mio deficit, ovvero il non sapermi allacciare le stringhe. In più rifiutavo categoricamente il grembiulino rosa e quel secondo anno si aprì felice, con un grembiule giallo canarino. I bulli erano andati a morire in prima elementare. Insomma, stava cominciando per me un grandissimo momento. A me piaceva molto V., che era identica a C., ma comunque mi piaceva V., perché erano uguali ma diverse. Riesco a vedere distintamente il pomeriggio in cui dichiarai il mio amore. È stato dopo ginnastica perché addosso non avevo l'amato grembiulino, ma una tuta del wwf, verde con un grande panda sulla pancia (dove l'avevano presa? Perché?). 

È successo sotto un albero grande, che ora mi sembrerebbe molto meno grande. Era un pino e gli aghetti ci pungevano il sedere. È una delle poche cose che ricordo della mia infanzia. Le ho detto vuoi essere la mia fidanzata? E lei mi ha spezzato il cuore dicendomi che i principi erano maschi. Col senno di poi avrei potuto rispondere che non avevo mai  accennato a un principato, ma fa nulla. Sono corsa via a giocare a spadaccini con le foglie. Però non mi sono data vinta, perché c'era C. che comunque, ragazzi, era identica. Così mi sono fatta avanti anche con lei. Non ricordo distintamente la situazione, ricordo che però la cosa uscì con la maestra, che era anche una suora, e che mi disse che i bambini stavano con le bambine e le bambine con i bambini e mi regalò qualcosa come un mandarino. Maledetta troia. La cosa buttava male, anche perché per conquistare la seconda le avevo regalato un mio bellissimo Polly Pocket, quello a conchiglia azzurrino, che a piano terra aveva un laghetto con ponteggio, di cui ho trovato una foto per caso su google, e se la guardo piango (magari è proprio il mio). Cosa dovevo fare? Sono andata da B., che però era tanto diversa da V. e C., perché era cicciotta e aveva i capelli più scuri e un caschetto francamente imbarazzante. Mi disse di sì senza problemi: era sola e disperata, uguale e diversa allo stesso tempo e abituata agli scarti delle sorelle più fighe. E tra quegli scarti c'ero anche io.

È stata una storia intensa, ma tormentata. La prima di una lunga serie. È stata bella soprattutto per lei, che voleva ogni giorno anche il mio pranzo, la mia mela, i miei dolcini e diventava sempre più grassa, mentre io, che già ero secca, deperivo. Mia madre mi pesava ogni tre giorni, finché non le ho raccontato tutto. Cioè, dentro di me capivo che c'era qualcosa di strano nella situazione, allora le dissi semplicemente che una bambina grassa mi rubava il cibo e i giocattoli. Sono stata vigliacca, lo so. Ma a lei comunque non era mai fregato niente di me, ero io la parte lesa. Ci siamo separate bruscamente, a pranzo mi hanno messo con altri bambini e ho imparato ad allacciarmi le stringhe con il metodo orecchie di coniglio, che era stimatissimo. 

Questa vicenda mi ha insegnato molto. Un giorno B. l'ho incontrata per strada. L'ho riconosciuta subito. È dimagrita.


venerdì 21 dicembre 2012

La miglior risposta di 4 anni fa.

Quando ero molto giovane e muovevo i primi passi nel complicatissimo mondo lesbico, due erano gli ostacoli che mi sembravano insormontabili: come faccio a capire se una ragazza è lesbica? Come faccio a mostrare a una ragazza di essere lesbica? La questione era delicata, perché si trattava dello stesso dramma da due punti di vista chiaramente opposti. Sono passati diversi anni da quei terribili quesiti (che comunque non hanno mai avuto risposta), ma il tema è davvero un evergreen.

Qualche tempo fa, a una festa, mi si avvicinò una giovane lesbica, amica di un'amica del tutto eterosessuale. Mi disse che il mio blog le piaceva molto, io nel mentre svuotavo il primo gin lemon, già chiaramente alterata, perché mi basta davvero poco. Vivo costantemente in uno stato che appare karmico, ma in realtà è febbrile, e che l'alcol smaschera in un modo che definirei sfacciato. E quindi mi ritrovo con questa giovane lesbica, anche carina, che mi dice, sai, mi sono scoperta lesbica da poco, ma secondo te come faccio a capire se un'altra lo è? Mi sono commossa: una domanda del genere ai tempi di internet. È stata così dolce e anacronistica che avrei davvero voluto risponderle qualcosa che potesse esserle utile, invece poi abbiamo parlato della Vita dell'Alfieri, che stava preparando per un esame. Che vita, no?

Però poi ci ho pensato, e ho pensato anche che anni fa la questione del gay radar andava tantissimo. A me il termine ha sempre fatto orrore: mi ricorda certi insetti, certe antenne brutte che captano e poi corrono verso questa meta precisa, confermata dall'istinto, mi ricorda gli scarafaggi, che sono l'unica cosa che temo davvero nella vita. Io questo radar, per esempio, non ce l'ho mai avuto e alla fine un po' mi rode, per questo lo condanno e lo associo a quelle terribili creature del buio. Mi è sempre toccato andare a caso, saltare da un ramo all'altro come una bertuccia nevrotica, sperando che qualcuno, una a caso, mi dicesse: ok, per me si può fare, indipendentemente dal suo certificato di lesbismo.

Ho anche cercato di affidarmi a certe dicerie, tipo quella dell'anello sul pollice. E pure a quella dell'indice e dell'anulare, che se l'anulare è più lungo dell'indice è lesbica al cento per cento. Come no. E allora via, serate intere a guardare mani e pensare che faccio, mi muovo? Come mi muovo? Un incubo. Insomma, la ragazzina della Vita dell'Alfieri era preoccupata, perché temeva di rimanere sola per sempre, per via di questa scarsa attitudine al riconoscimento. E io sono stata inutile e poco concreta come mi spesso accadde. Ma questa sera voglio riscattarmi, e ho deciso di dedicare del tempo alla ricerca. 

Io penso che davanti a cose del genere, non si possa che rimanere in un silenzio rispettoso.

martedì 18 dicembre 2012

5+5

Sono giorni molto difficili. Non voglio nemmeno spiegare perché. Ma sono molto difficili. Se provo a dormire, mi prende una tosse convulsa, tipo Violetta nella Traviata. Con la differenza che non sono una puttana e soprattutto non sono a Parigi. Più la seconda che la prima. Se non provo a dormire, tento di leggere, ma non ce la faccio, perché o mi rompo le palle, o mi rode che quella cosa non l'abbia scritta io. Se metto la musica sveglio i vicini. E le cuffiette non mi vanno. In tutto questo, da tre giorni a questa parte, il papa dice che sono una minaccia per la pace. Io.

Allora ho pensato: scrivo un post, almeno glasso un po' l'ego e poi buonanotte a tutti. Avrei una serie di argomenti in sospeso, per esempio la mediocrità di Carmen Consoli, l'estinzione del concetto di gay radar e il dress code lesbico, ma sono davvero troppo impegnati. In più, domani, la gente passerà la giornata a condividere video di Benigni, e questo no, non posso sopportarlo. C'è bisogno di leggerezza. Così stilerò una semplice classifica del perché le donne mi piacciono e del perché no.

Le donne mi piacciono perché:

1. Sono mammiferi. Possono fare bambini, ma anche non farli. Quasi sempre a loro discrezione, almeno nel mondo occidentale. Questo significa che da una donna possono nascere un uomo oppure un'altra donna, quasi sempre infelici, ma ogni tanto capita di no. Se le donne sono mammiferi allattano, quindi hanno le tette. Che secondo me, insieme ai lobi delle orecchie sono la più immensa creazione di tutti i tempi. Vai a sapere perché: ho sicuramente dell'irrisolto.

2. Vanno nel panico, ma spesso è un panico del tutto apparente. Nel senso che hanno appena iniziato a piangere e già studiano una soluzione, sempre che non l'abbiano già trovata. È una cosa miracolosa e ancora più miracoloso è il fatto che lascino credere agli uomini di avere enormi qualità nel problem solving.

3. Si vedono sempre imperfette.

4. Hanno una dolcezza intrinseca, anche le peggiori. 

5. Potenzialmente sono tutte accessibili. Il che per noi lesbiche è una grande cosa, a differenza dei fratelli gay, che devono vedersela ogni volta con: machismo, virilità ostentate e patetiche, istinti animali che noi abbiamo lasciato nella caverna di fianco alla pentola dei legumi, tanti tanti secoli fa. Se sei un ragazzino e ti piace un ragazzino, è un problema. Se sei una ragazzina e ti piace una ragazzina, puoi dissimularlo in moltissimi modi. Le bambine crescono tenendosi per mano, dandosi bacini e scambiandosi i leccalecca. Non ci sono barriere reali tra donne. Durante l'adolescenza ci si trucca e ci si vede nude. Poi a vent'anni non vuoi fartela una scopata? Basta essere strategiche. Io sono cresciuta senza tenere nessuno per mano, senza dare bacini, senza mangiare leccalecca, senza truccarmi e senza mostrarmi nuda. Tutto questo ha mosso enorme curiosità, ed è il motivo per cui le donne sono arrivate comunque: non si sentivano abbastanza al centro dell'attenzione.


Le donne non mi piacciono perché:

1. Quando sono cretine, lo sono irrimediabilmente.

2. Tendono a rinfacciare qualunque cosa, a distanza di anni. 

3. Sanno ferire con grande precisione.

4. Tendenzialmente vogliono sempre stare appiccicate, il che per me significa anche solo darsi la mano una o due volte l'anno.

5. Prima o poi ti lasciano. O le lasci tu. Che alla fine sei una donna, oppure questo non sarebbe un blog lesbico. 

domenica 9 dicembre 2012

Sciroppo.

Questa sera sono malata, e mi sento sola. Oggi è stata una di quelle giornate in cui desidero morire, senza drammi o che. Semplicemente, voglio smettere di vivere. Ho da sempre grandi spinte alla morte, anche se con il tempo ho imparato a sdrammatizzare la cosa, tipo esasperando il tutto come se non fosse vero. In questo modo ho costruito un personaggio allo stesso tempo simpatico e macabro, ma la verità è che non sono né l'una né l'altra cosa. Semplicemente mi sento la morte addosso, come i negri la musica e Michael Jackson i bambini. 

È proprio così, da quando sono molto piccola. Certo la storia della mia famiglia ha facilitato il tutto, e anche l'atmosfera, respirata dai primi anni di vita. Il Natale, per esempio: vietato anche solo nominarlo, se non per dirne il peggio. In casa mia non è mai avvenuto uno scambio di regali. In questo modo non ho mai avuto ben chiaro il concetto di dono. Quando qualcuno mi regala qualcosa mi offendo, oppure mi intristisco molto, perché non ne colgo il motivo. E ovviamente non mi viene mai in mente di fare regali a nessuno. In questo modo le feste e i compleanni sono sempre giorni qualunque e questa è una delle cose che mi piacciono della mia vita. E che le mie fidanzate non hanno mai apprezzato.

Eppure non ho avuto una famiglia infelice. Forse un filo non convenzionale, ma con una parvenza di assoluta normalità. Che poi è il peggio del peggio. Quanto avrei desiderato quei genitori di sinistra che orbitavano attorno ad alcuni amici: belli, permissivi, aperti ad ogni diversità, tranne a quella di loro figlio. Non mi sono mai sentita figlia dei miei genitori e sorella di mio fratello. Mio fratello per farmi piangere mi diceva ehi, ti hanno adottata, noi non siamo la tua vera famiglia. Ma io non piangevo, anzi. Quando poi mia madre l'ha sentito e l'ha sgridato molto, io ho sofferto, perché ho capito che invece ero proprio figlia dei miei genitori e che non sarei mai partita per ritrovare quelli veri.

È questa totale mancanza di appartenenza a qualsiasi cosa, che mi destabilizza. Non passa mai, e con gli anni peggiora. Un tempo poteva dirsi una forma di ribellione adolescenziale. Poi l'alibi dell'età è scomparso, ma il problema no. Con il tempo però divento sempre più stanca e penso, devo sforzarmi un pochino, di appartenere a qualcosa. Ma a cosa? Vado al gruppo degli scacchi? Tristezza. Imparo per la trecentesima volta a suonare uno strumento qualsiasi? Depressione. Mi iscrivo al corso di mimo di quelli di Grock? Non mi piacciono le tutine attillate. Il cineforum? Il settantasette è passato da quasi trentasei anni. Gli aperitivi con i colleghi? Mi distruggono. 

E allora non mi resta altro che sopportare giornate come questa e tossire e bere a canna lo sciroppo, nella mia casa orgogliosamente priva di albero di Natale. Nella speranza che qualcuno possa capirmi, anche solo a distanza. Anzi, solo a distanza. Perché la tristezza degli altri è come la loro solitudine, va presa per com'è. Non va smorzata, non va placata. Va  guardata da lontano e le si deve fare ciao con la mano. Certo, qualcuno non capirà, ma chi capirà poi starà meglio.

La settimana prossima dovevo andare dal dentista per un controllo. Ma oggi ho saputo che qualche giorno fa è morto. È dunque così che va la vita.




giovedì 6 dicembre 2012

Un amore mai nato.


Stasera in treno mi sono seduta di fianco a una che ha detto: se mai avrò un figlio gli insegnerò da subito a mettersi a novanta. E: Turchia, ottimo rapporto qualità prezzo. Non c'entra niente con quello di cui volevo parlare, ma mi premeva. Ci sono cose che se non le tiri fuori poi è peggio, o almeno, con me funziona così. Per questo quando mi sono innamorata di F. gliel'ho detto. Anche se non era vero. Però sentivo che se non gliel'avessi detto non gliel'avrei detto. E allora gliel'ho detto. Ci ha creduto, ma non ci è stata.

Volevo parlare di questa cosa. Cioè di quando ci piace una persona che di noi non vuole saperne. Anzi no, non è corretto, perché la casistica è davvero immensa, quando si parla di amori mai nati. Comunque, vorrei fare un discorso sul non essere ricambiati, più genericamente. 

Prima, per non sentire quella del figlio a novanta, ho pensato a qualcosa che riuscisse a distrarmi. Generalmente i miei fallimenti riescono sempre ad astrarmi dal reale, perché l'imbarazzo si rinnova e attorno a me non c'è più niente. E allora ho pensato a F. e al nostro amore mai nato e al mio inusuale azzerbinamento. Penso che sia giunto il momento di rielaborare la cosa e poi abbandonarla per sempre. Non sarò breve.

La storia si divide in più fasi. Chi è stato uno zerbino (e prima o poi tocca a tutti), capirà.

FASE 1
Nel dicembre del 2010 mi accorgo che nella mia vita manca qualcosa. Passo in rassegna la libreria, e scopro che non è un libro. Cerco nei cassetti, tra le scarpe, e anche tra qualche maglietta che non metto da anni. Niente. Poi capisco: è l'amore.

FASE 2
Scorro brevemente le mie amicizie su facebook, ma non trovo nessuno che faccia al caso mio. Allora rovisto tra i numeri di telefono, con la foga di un clochard nei bidoni a colazione. E vedo F. E penso, ma chi è F.? E poi mi ricordo. È una tizia che mi piaceva tanto tempo prima, e anche io le piacevo! Mi guardo allo specchio e noto un decisivo miglioramento nella mia persona. Dalla mia ho: una buona cultura, una padronanza dell'italiano comunque oltre la media, capacità di problem solving (o almeno questo dice il cv che ho copiaincollato da un amico). Dalla mia non ho il fatto che: lavoro dieci ore al giorno per zero euro al mese, non so guidare, non ho mai imparato a suonare Smells like teen spirit alla chitarra.

FASE 3
Torno su facebook e la aggiungo. Poche ore dopo siamo amiche. Fa tutto lei, mi chiede come sto e dove fossi finita. Io non sono mai finita, cocca. Capisco che abbiamo due generi di ironia differenti: ovvero, lei non conosce ironia. Andando al sodo le chiedo se è fidanzata, ma solo per avvalorare la tesi per cui gli omosessuali sanno essere molto promiscui. Mi dice di sì, ma che non va bene, che non è felice. La sua mancanza di discrezione mi fa venire voglia di aprire il gas, tuttavia continuo imperterrita nel mio scopo. Le chiedo: ci vediamo? Mi dice: non lo so. Le chiedo: ci vediamo? Mi dice: sì.

FASE 4
Dove ci vediamo? Mi risponde: da me, perché non ho tempo. Bene. Le dico, dove stai? Mi dice: scendi a San Leonardo. Le dico: ma dov'è? Mi risponde: sulla rossa, non è lontano. E così il primo sabato utile (cioè il giorno seguente), vado. Sono 18 fermate da loreto, il mio viaggio più lungo di sempre in metropolitana. Nel tragitto riesco a leggere otto racconti di Kafka. Scendo e mi sento confusa. Emergo dalle viscere della terra e mi ritrovo nel nulla. Mi arriva un messaggio. No, dai, vediamoci qui. E mi suggerisce la fermata prima. Riscendo in metro. Alla fine ci dobbiamo bere sto caffè in un centro commerciale. A me i centri commerciali fanno venire attacchi d'ansia, in più è poco dopo Natale. Mi dice: abbiamo un'ora. Cinquanta minuti li passiamo in fila in posta. Cinque a comprare una confezione di latte di soia. Poi il caffè: dei cinque minuti rimasti ne passa tre al telefono con la sua ragazza. Si accordano per una cena. Mi dice: mi ha fatto piacere vederti. Ci metto due ore a tornare a casa. E spero che un pazzo di quelli che finiscono su corriere.it mi butti sotto il treno.

FASE 5
Non demordo. Passano alcuni giorni. Mi scrive, le rispondo. Le scrivo, mi risponde. Mi invita a pranzo. Riattraverso la città, ancora una volta. Il desco: una pizza surgelata in due. La mia metà è ancora congelata. Mastico tutto il resto del pomeriggio, in ospedale, davanti a flebo e persone tristi.  Mi scrive, le rispondo. Le scrivo, mi risponde. Ci vediamo altre volte: sempre uguale. Anzi, ogni volta è peggio. Un giorno mi dice: ti ricordi tanti anni fa quando ti volevo e tu no? Ero fidanzata, dico, ma non mi ricordo con chi. Guardo i suoi libri. Sciamanesimo, scintoismo, iching, jodorowski, Hillman, cazziemazzi. Chiedo: non hai nemmeno un romanzo? Ma cambio discorso perché ho paura che tiri fuori l'Allende. Poi mi fa tutto un discorso sul fatto che comunque lei ha bisogno di attenzioni e che la sua ragazza la trascura. Cose tipo corteggiamento, tipo. Io allora mi butto in questa logica perversa di mandarle ogni mattina qualcosa di bello. Tipo pezzi di film. Ma belli veri eh. Chiedo anche in giro. Procedo, per settimane. Poi diventano troppi, e devo iniziare a segnarmeli per non ripetermi. Ho una moleskine piena a metà di questi cazzo di film. Allorché mi dichiaro. Lei dice: anche tu mi piaci. Io rispondo: e? Lei risponde: niente.

FASE 6
Ho raggiunto un rimborso spese e grossa dei miei quattrocento euro mensili le compro un libro che non leggerà. Nel mentre è arrivata la primavera. Mi dice: dovresti metterti cose più colorate. Vado da Zara e compro un paio di pantaloni verde lega. Mi dice: staresti bene senza occhiali: compro le lenti a contatto, una cosa che reputo amorale. Poi ci vediamo una sera, al parco. Arrivano le zanzare. Dice: sono arrivate le zanzare, andiamo da un'altra parte. Si fa offrire un gelato, poi se ne va. Allora io, presa dallo sconforto in ordine mangio: un big mac menu, una confezione di gallette di mais, due muffin. Ci risentiamo. Parlo a un amico di questa situazione, lui mi dice che è chiaramente un'idiozia, di lasciar perdere. Ma è una questione di principio. Nel mentre, è vero, ho delle storielle irrilevanti, perché comunque il mio cuore è per F. Poi il miracolo: una sera mi invita a vedere un film. Poi rimani anche a dormire, se vuoi. Ok. Guardiamo La bussola d'oro. No dico, La bussola d'oro. Dopo i Godard, i Lang, i piacionissimi Truffaut e un paio di raffinati stralci di Marco Ferreri, che ad oggi temo abbia sempre confuso con quello che ha inventato la Nutella. Finisce il film e mi dice, vai a letto, dormo sul divano. È prestissimo e io generalmente non dormo mai prima delle due a.m. Per la notte ha una mise deliziosa: è vestita da ragazza della pallacanestro. È bellissima. Allora penso: è il momento, la bacio. Prima, nel dubbio, vado a lavarmi i denti. Torno che dorme. Ma non per finta. Dorme di brutto. Leggo fino alle cinque del mattino. Alle sei sento dei rumori molesti. Poi mi ricordo che insegna. E che alle sette e mezza esce di casa. Però questi rumori. Allora mi alzo, ma è tutto ok. Beve placidamente un intruglio e legge qualcosa su internet. Le chiedo, ma cos'è, ho sentito dei suoni. Mi dice: la mattina faccio i cinque tibetani. Io, che nata negli anni ottanta se mi dici cinque ti rispondo cereali, chiedo: cosa sono? Risposta: degli esercizi. Alle sette e mezza esce di casa. Io pure, ovviamente. Comodo, considerato che inizio alle dieci. Mi dice, ciao. E mi dà un bacino nonsense. Se ne va, in macchina. Mi ritrovo tra questi palazzi immensi che mi sembra di stare a Bucarest e non ho idea di dove cazzo sia la metropolitana e in giro non c'è nessuno. Nessuno. Attraverso i palazzi e mi ritrovo sempre nello stesso punto. Poi incrocio una vecchia con il cane che mi indica la strada e mi dice: è lontano eh, ma sei giovane. Mi incammino e a metà strada inizia a grandinare. Ma non una cosa normale, palle da baseball. E lì, capisco. L'amore è finito.

FASE 7
Vado in ufficio, ma sono serena. L'amore è finito. Conto tutti i mesi che ho perso, ma poi penso: bè in fondo che avevo da fare? E così un pomeriggio una ragazza molto più bella di F. si innamora di me. Viviamo felici e contente due settimane. Il resto è dramma.

FASE 8
Come sempre.



domenica 25 novembre 2012

cinque mesi.

Sono tanti mesi che non passo di qui, quasi cinque. Ogni tanto avrei voluto scrivere, ma sentivo di non avere abbastanza ordine per farlo. O forse respiro. Sì, più respiro che ordine. Allora mi ci metto questa mattina, nella mia mise di lesbica media: pantaloni adidas e felpa burton, pur non essendo né sportiva né skater. E piedi nudi, un must di sempre. E penso, ma cosa posso scrivere? Sono stati cinque mesi intensi.

Partirò dai cedri del libano. Davanti a casa mia c'erano questi due cedri del libano, che praticamente sono due grossi alberi che somigliano ai pini e non fanno assolutamente cedri. Io so che si chiamano così, perché mia madre citava sempre i cedri del libano, quando nevicava. Diceva, vieni a vedere i cedri del libano come sono belli, con la neve. Io ero sempre molto presa dalle mie attività per scomodarmi e andare a guardare le piante. E poi il binomio libano neve mi destabilizzava. Soprattutto da bambina. Pensavo che il libano fosse assolato e pieno di spiagge e quindi di palme e non di pini, e che neve poi? Sembrava la solita sparata come quelle che usava per farmi mangiare o per convincermi ad addormentarmi. Cedri del libano, ma scherziamo?

Ad agosto ho perso mia madre. Ero in vacanza in un mare senza cedri. Dentro di me sapevo che sarebbe successo mentre ero lontana, anche se i medici dicevano che ci sarebbe voluto molto più tempo. Ma ci sono un sacco di cose che la medicina non riesce a spiegare: per esempio la certezza che si stia salutando una persona per l'ultima volta. Quando ho chiuso la mia borsa e passato in rassegna l'arsenale di medicine che porto con me ogni volta che mi sposto alimentando l'ansia che mi attanaglia praticamente da quando sono nata, ci siamo salutate. Non so se avete mai avuto a che fare con persone sotto morfina, ma non è facile salutarle. Invece quella mattina è stato diverso. Mi ha guardata e mi ha detto un ciao che non sentivo da tanto tempo. E così ho capito che non ci saremmo viste mai più. Avrei potuto rimanere, ma sono andata. Se non fossi partita non mi avrebbe mai salutato così bene.

Ho pensato molto, in questi mesi, a quale verbo si addica meglio a una persona che muore. E non è morire. Perdere mi sembra quello più appropriato. Per tanti motivi. Se una persona muore, non vuol dire niente. Se ci lascia, nemmeno, perché non è che ci lascia propriamente. Che non ci sia più? Ma per favore, è pieno di gente viva che non c'è mai. Ecco, perdere per me è appropriato. Significa che se la cerco, non la trovo. Se la chiamo non risponde. Insomma, l'ho persa, che devo fare. Lascia anche un certo spiraglio di speranza, a suo modo, anche se generalmente non ho mai ritrovato quello che avevo perso, a parte un mazzo di chiavi una volta, ma mio padre aveva già cambiato tutte le serrature e non sono servite più a niente. Ho tenuto il portachiavi però. 

Insomma, è successo che una sera di qualche giorno fa, torno a casa e i cedri del libano non ci sono più, ok? Io che mi ero negli anni appassionata a questa storia di quanto fossero belli con la neve. Li hanno tagliati per costruire una rotonda. Fondamentalmente li hanno uccisi per togliere tre semafori. A quanto pare è un mondo così, spero che i Maya ci facciano tanto tanto male. Torno a casa e non trovo i due cedri del libano che erano lì da sempre. Mi sono sentita molto sola, e dispiaciuta per mia madre, perché lei si sarebbe molto indignata e forse avrebbe mandato un'utopica mail al municipio. Come quando levarono cinque insignificanti minipini dietro casa, per farci un parcheggio. Ma era una cosa irrisoria. I cedri del libano invece erano maestosi cazzo, tutta un'altra faccenda. Quest'anno nevicherà sul cantiere della nuova rotonda, ma la viabilità sarà migliore eh. 

Mi è dispiaciuto tanto per lei, perché quando si muore non ci si può più lamentare e nemmeno far sentire. Quando si muore non si ha più diritto a niente, nemmeno a farsi trovare. Ma forse è bellissimo e si sta meglio proprio per questo, e ci sono tutti i cedri del libano che desideriamo. Noi conosciamo solo la morte da vivi, dopotutto. 

Hanno tagliato i cedri, ma le radici sono rimaste. Per forza, e chissà per quanti metri, sotto terra. Stanno lì, nodose e incazzate sotto il cemento. Come le mie, di radici, del resto.

martedì 3 luglio 2012

Diversi.

Tra i tanti modi in cui vengono chiamati gli omosessuali (di recente, ho scoperto per le lesbiche l'aulico epiteto leccamoquette) ce n'è uno che mi ha sempre fatto riflettere. Perché penso che le parole abbiano un valore sacro e nessuna è mai lì per caso, nemmeno quando sembrano dette a vanvera. Le parole sono una delle poche cose belle che esistano, in generale, e io le amo e le conosco fin da bambina, quando passavo ore in cucina a scriverne a caso e tentare di comporre anagrammi senza mai riuscirci. 


Diverso, è sempre stato un soprannome interessante. Innanzitutto perché è estremamente sprezzante. Poi perché in sole sette lettere riesce a condensare tutta l'ignoranza di chi lo pronuncia. E poi perché è vero, in un certo senso. Quando penso a me in quanto essere vivente con due braccia, due gambe, un cervello e tutto il resto, mi sento del tutto uguale agli altri esseri viventi (salvo il cervello, che comunque se la cava oltre la media). Quando penso a me in quanto donna omosessuale, non ritengo che definirmi diversa sia qualcosa di sbagliato. L'importante però è che lo dica io, e non un coglione che passa per la strada.


Diversa da chi? Io parlerei piuttosto del diversa perché. E qui mi spiego, ma ci metterò poco, perché è davvero elementare. Un omosessuale è diverso perché arriva un momento in cui deve spiegarsi, o meglio, giustificarsi. Il coming out non è solo una presa di coscienza, non è  necessariamente qualcosa di giusto verso se stessi, è soprattutto una forma di giustificazione. E di affermazione. Che poi non sono concetti tanto distanti. Quando a diciassette anni l'ho detto a mia madre, io mi stavo giustificando. Non le avrei mai detto: ehi mamma guardami, sono un essere umano. Oppure, mà, hai visto come sono caucasica? Oppure, mamma, penso sia giunto il momento di renderti partecipe del fatto che ho una predisposizione maggiore verso le materie umanistiche e no, non frequenterò mai ingegneria. Ho fatto coming out perché sentivo il bisogno di raccontare a qualcuno (non uno qualsiasi), cosa fossi, tra le altre cose. Ho sentito l'esigenza di affermare qualcosa che mi ha preso un giorno a caso e non mi mollerà più per tutta la vita. Qualcosa che per me è del tutto naturale, ma che in fin dei conti, lo sarà veramente sempre e solo per un omosessuale.


Quando ho fatto coming out la reazione di mia madre è stata più o meno tragica. Molte lacrime, per esempio. Ricordo di averle detto di non raccontarlo a nessuno, e due ore dopo lo sapevano anche mio padre e mio fratello. Per loro non è stato traumatico. Sarà che per un padre la preoccupazione cardine è che la propria figlia non venga messa incinta da un cretino (oppure non venga messa incita e basta. Mai.). Quando ho fatto coming out credevo di liberarmi di un peso e invece mi sono versata in testa una colata di cemento. Così va la vita. Eppure, se ci penso bene, so perché l'ho fatto, nonostante fossi così giovane. Perché ero innamorata, e volevo rendere partecipi tutti di questa cosa. Anche mia madre, anzi, forse proprio lei per prima. Perché nonostante non siamo mai andate troppo d'accordo c'è e ci sarà sempre qualcosa che mi tiene legata a lei, ovvero quel cordone ombelicale che mi hanno levato due minuti dopo essere nata e che però non è mai stato tagliato. Quello schifoso e insanguinato devono averlo buttato da qualche parte, ma in quel momento se ne è creato uno metafisico, invisibile, che non potrà mai recidere nessuno. Nemmeno un paio di forbici immaginarie.


Quando ho fatto coming out, a nessuno è fregato che io fossi innamorata. Erano tutti troppo preoccupati a pensare alla loro reazione, e al mio futuro. E per cosa? Io sono cresciuta lo stesso, e loro sono invecchiati. Sarebbe successo anche se fossi stata etero. Da quel giorno per me tutto è cambiato, forse in peggio, ma qualcosa si è mosso. E quando qualcosa si muove, va sempre bene. Perché significa che ci siamo, e siamo vivi, e possiamo amare, essere amati, smettere di amare e tornare a farlo. Quando ci va.


Questo post è per un'amica, che sono felice sia diversa, proprio come me. E poi è per tutte quelle persone che hanno il coraggio di non nascondere quello che amano. Ed è anche per tutte quelle persone che invece non ce l'hanno.

domenica 24 giugno 2012

Social?

Sono una persona mediamente tollerante. Conosco bene i miei limiti e i miei deficit comportamentali e psicologici e anche le mie debolezze. Sono delle grandi potenzialità, se si imparano a gestire, perché niente è più interessante di un disagio quando è ben convogliato da qualche parte. Potrebbe essere una fonte di energia alternativa. Ma tu hai una macchina a disagio? Ma com'è ti trovi bene? Distributori? Ovunque. 


Mi piacciono le persone che soffrono, ne sono attratta istintivamente e senza alcuno spirito da crocerossina. Tanto per farvi capire, il mio approccio non sarebbe "Posso aiutarti?", ma "Ti va di affondare insieme?". E così, sono sempre qui, e non che stia bene, chiaro. Sono una persona mediamente tollerante: non mi dà fastidio chi mastica rumorosamente, non odio chi tira su col naso, e chi ascolta la musica troppo alta con l'ipod mi fa tenerezza, perché perderà l'udito. Non mi irrita chi legge Moccia, non mi va di sparare a chi guarda La5, mi stanno benissimo i vegani fondamentalisti. Tanto finiremo tutti uguali e allora aver odiato, o anche solo aver provato fastidio, ci sembrerà uno dei molti modi in cui abbiamo lasciato che la nostra vita si consumasse. Io non odio niente e nessuno, ma c'è una categoria di persone che non sopporto: quelle che la mattina, sui mezzi, guardano facebook sul telefono.


Ora, chiaro che non sono affari miei, ma chiaro anche che in un certo senso lo sono. Cominciare la giornata facendo incetta di stronzate è il miglior modo, per esempio, per investire qualcuno successivamente. Oppure fare una carneficina. Oppure dire cose mediocri. Oppure irritarsi per la fila al supermercato. E allora, se rimango coinvolta anche solo in una di queste attività, inevitabilmente c'entro anche io. Pertanto ho il diritto di oppormi all'ora di facebook mattutina via smartphone. Mi fanno una pena infinita quelli che hanno un telefono come il mio, per esempio, che ci mette venticinque minuti per caricare una pagina. Stanno lì, lo scuotono, sbuffano e arrancano, finché un riflesso blu non ingombra le lenti dei loro Wayfarer. E allora si rilassano, come quando sei in un luogo in cui non troverai mai un accendino e nessuno attorno a te fuma e lo cerchi e stava in fondo alla borsa. Salvo, ma chissà ancora per quanto.


C'è una tizia, in particolare che prende sempre il mio treno, quel tipo di donna che qualcuno che conosco non esiterebbe a definire una milfona. Ecco, lei si siede in uno di quei posti vicino alla presa della corrente, nel caso l'iphone dovesse scaricarsi. Arriva presto apposta, non so che dire, è così. E poi va su facebook. E sorride. Ogni due minuti, sorride. E io dietro al mio libro mi chiedo che cazzo ci sia da sorridere, e penso, ma quando sto su facebook io sorrido? E mi pare proprio di no. E mi chiedo anche perché devo fare tutta sta fatica a leggere e studiare e capire e andare avanti e superare quello che è il mio lavoro, quando nessuno me lo richiede, mentre un giorno uno qualunque di questi tizi potrebbe arrivare e presentarsi come il mio nuovo capo.


Questa è l'unica vera pecca che riconosco ai social network, che tanto utili risultano sotto altri punti di vista: l'appiattimento. L'assenza di pensiero. Anzi, il provocare riflessioni troppo brevi e interrotte per essere tali. La facilità. Il capire tutto immediatamente. La completa assenza di ricerca e, quindi, di introspezione. L'eccessiva autoreferenzialità, quando niente si ha da raccontare. L'esistere per il solo fatto di avere un profilo. Gli stravolgimenti verbali che hanno provocato, per cui diario è quel diario e pagina è quella pagina e perfino amico sta diventando quell'amico e profilo non è più una persona vista di lato. E l'impossibilità di uscire da tutto questo, almeno per ora. E l'essere tutti alla portata di tutti. Prima di facebook non conoscevo tanta stupidità, perché non era quello che mi ero costruita attorno. E ora la subisco, come il passato di verdura a quattro anni. 


Finché un giorno non mi sembrerà qualcosa di assolutamente normale, e arriveranno cose ben peggiori, tipo i capperi. 


E avanti così, o forse no?



domenica 3 giugno 2012

Pride.

Ho visto il mio primo gay pride a tredici anni. I miei mi avevano spedita in una di quelle vacanze dove la mattina vai a scuola a far finta di imparare l'inglese. Insomma, stavo a Brighton e c'era il sole e io non ero ancora una persona. Oltre a non avere un vero e proprio orientamento sessuale, ero priva di qualunque tipo di orientamento, tant'è che mi ero persa. E vagando alla ricerca di qualcuno che potesse riportarmi da dove ero venuta mi sono imbattuta prima in due Catwoman e poi in Batman e Robin. Questi due limonavano felici in un'aiuola, come non ci fosse un domani. Pur non essendo più in fasce, non mi ero mai minimamente posta la questione dell'omosessualità. In quella fase della mia esistenza mi guardavo spessissimo allo specchio chiedendomi da dove cazzo fossi venuta, ma soprattutto dove sarei andata, finché non mi pigliava un attacco d'ansia (che allora non interpretavo come tale, ma come un calo di zuccheri) e mia madre veniva a portarmi via. Mi piazzava davanti alla televisione. Dio solo sa quanto mi è stata utile la televisione.

Qualche anno dopo ho partecipato al mio primo gay pride. Sapevo di essere lesbica, ma non mi importava troppo. Il lesbismo per me era ancora qualcosa di completamente teorico, pur essendo una lesbica praticante. Tutto era assolutamente egoriferito, per cui esistevamo solo io e le mie love story da tre barra quattro settimane. Il mio primo gay pride è stato milanese e deludente, come quasi tutte le prime volte. Mi sono annoiata, ho conosciuto le amiche di quella che allora era la mia fidanzatina, e sono tornata a casa a ripassare autori greci per l'interrogazione del giorno dopo. Era molto più comoda l'esistenza, scandita dai compiti in classe. Gli anni sono passati e, nel mio totale disinteressamento, non ho mai mancato un pride. Forse perché dentro di me ritenevo giusto esserci, nonostante non abbia mai amato alcuna manifestazione collettiva. In tutto il mio essere acerba, avevo il sentore di essere parte di qualcosa, anche se non mi sentivo parte di niente. Capivo che tutte quelle persone così lontane da com'ero io, altro non erano che i miei simili, e dovevo accettarli, ma soprattutto farmi accettare. La sentivo come una missione: quella era la mia specie e non l'avrei abbandonata nemmeno per l'opera omnia di Carver.

Ad oggi, ogni volta che partecipo a un gay pride, non so bene perché lo faccia. Innanzitutto, ne esco sempre infastidita. Mal sopporto la musica, i carri, le piume, gli addominali, perfino certi modelli di occhiali da sole. Le persone che fanno fotografie e gli striscioni, sempre uguali (e quindi, rassicuranti), le serate dopo il corteo, i volantini che leggo tutti dall'inizio alla fine (più per una forma di nevrosi che di interesse). Non mi diverto, eppure quella giornata non è mai una giornata persa. Acquista una sua dimensione, e questo mi basta. Mi aiuta a capire per qualche minuto ciò che poi mi sfugge per tutto il resto dell'anno. Mi specchio in qualche vetrina mentre mi piovono coriandoli nella tshirt e, a differenza di tanti anni fa, mi riconosco, per cui evito anche di accendere il televisore. 

Non ho mai sopportato chi boicotta i pride, perché non vuol dire niente. Non ho mai sopportato chi è contro i gay pride, perché non vuol dire niente. E non ho mai nemmeno per un attimo assecondato chi non comprende i gay pride, perché non c'è niente da capire. Io stessa non riesco a coglierne un aspetto impegnato o carnevalesco. Non mi interessa. Mi sembrano giorni in cui possiamo mostrare quello che siamo fino ad ostentarlo, e questo mi riempie di speranza, mi sembra giusto o, molto banalmente (ma nemmeno troppo), democratico. 

Quest'anno, come sapranno tutti quanti, il pride nazionale si terrà a Bologna. Ho letto alcune delle polemiche sorte in relazione al terremoto e compagniabella. Ognuno aveva qualcosa da dire, come accade sempre nel nostro paese. Il problema è che pochi avevano qualcosa di interessante da dire. L'idea di un pride più contenuto inizialmente mi ha dato da pensare. Il rispetto alle persone che soffrono mi è sembrato qualcosa di nettamente scollegato da quella che è la nostra festa. Poi ci ho pensato, e ho pensato che in fondo non mi interessa che al posto di un pezzo di ladygaga ci sia romagna mia. Purché non ci sia troppo contegno. Una calamità naturale è una tragedia, ma la nostra condizione è altrettanto tragica e non accenna a migliorare. Per cui.

Ci vediamo a Bologna. O magari anche prima.

sabato 26 maggio 2012

Ex volume 1.

Sono stata via un po'. Non c'è stato un motivo preciso, fondamentalmente la causa è stata il sonno. O forse no, forse cose più grandi, ma di cui davvero non saprei parlare. So che ci sono, ecco tutto. Nel mentre perfino blogspot ha cambiato l'interfaccia. Questo mi ha convinta a tornare. Ho pensato, magari torno tra dieci anni e non trovo più nessuno. E così oggi scriverò qualcosa a cui non ho pensato. Ho visto che avete continuato a leggermi: tutto ciò è piuttosto commovente. Approfitterò dell'accanita allergia per fingere di piangere nel mio fazzoletto di stoffa. By the way, grazie. È strano avere qualcuno che ti aspetta, a me non m'ha mai aspettata nessuno.


Oggi volevo parlare del tempo, invece parlerò delle ex. 


Si tratta di un argomento veramente articolato e forse andrebbe diviso in più capitoli. Per questo motivo il titolo del post sarà Ex volume 1. Conoscendo la mia costanza, sarà il primo e ultimo tomo che le riguarda, ma non si sa mai, in fondo nel 2004 la Grecia ha vinto gli europei.


Partirò da una definizione di ex. La ex è un essere umano uguale a tutti gli altri, che per un dato lasso di tempo è sembrato speciale, indipendentemente dal fatto che sia finita per colpa vostra o per colpa sua. 


In base, poi, a come è andata, possiamo classificare diversi tipi di ex.


La stalker
È un tipo di ex comune, ma meno di quanto non si creda. Questo perché tutti fondamentalmente pensiamo di valere moltissimo e che gli altri non facciano altro che pensarci, mentre invece magari stanno giocando a flipper. Comunque, quando capita, è una piaga. Messaggi a ogni ora del giorno e delle notte, comparsate sotto casa con fiori o altri ninnoli, lettere scritte a mano e profumate a mo di feuilleton ottocentesco e mea culpa. Per tutto: per quella volta che ti ho fatto la pasta scotta. Per quando non sono voluta venire a teatro. Per tutti quei piccoli litigi che però ci tenevano unite. Per Noi, con la enne maiuscola. La stalker, ogni tanto, minaccia di suicidarsi, facendovi preoccupare. È subdola, ma soprattutto, ha molta più voglia di vivere di quanto non l'abbiate voi.


La vendicatrice
Mi è stato consigliato con una dolce intimidazione nella tiepida notte di togliere questo piccolo idilio. Ecco fatto. La versione integrale del post potete comunque trovarla nelle migliori edicole a 0,20 centesimi+iva. 


La sputtanatrice
No scusate, era questo. 


Ricominciamo
È quella ex che tenta di riconquistarvi. A differenza della stalker, non attua alcun tipo di vittimismo, ma di una cosa è vittima, purtroppo: dell'entusiasmo. Quindi aspettatevi sorprese assolutamente indesiderate e atteggiamenti che vi riempiranno di tristezza. Per esempio, se uscite a bere qualcosa, non fatele prendere nulla che contenga una ciliegia: potrebbe tentare eroticamente di passarsela sulle labbra e niente è meno erotico di una donna che non vi piace più e che gioca con la frutta credendosi Drew Berrymore. Questa regala uno stato continuativo di horror vacui. Vi fa domandare: cos'è l'amore? E cosa sono io? E perché prima era tutto e ora nulla? Sono io sbagliata? O la vita è infelice e basta? E le svuoterete il bicchiere.


Gelosia
È la ex che tenta di riportarvi a lei facendovi ingelosire. Premettendo che una persona può essere più o meno gelosa per sua natura, e premettendo che quando si molla una persona esserne poi gelosi è grottesco, a tutte rode il culo che qualcuna si approcci a quella che è stata la nostra donna, sebbene ora la vediamo come una statuetta del presepe. Be, questa ex, muoverà in voi reazioni inaspettate. È abbastanza pericolosa, perché compiere passi falsi (ovvero, ritornare sui propri) è un attimo. Ma tranquille, passerà dopo una notte o due e potrete sempre dar colpa all'antistaminico.


Quella che diventa gnocca
C'era una volta una che vi veniva dietro quando eravate molto giovani. A voi non interessava, perché vi piacevano quelle più grandi, oppure una vostra compagna di classe, oppure ancora i playmobil (nel mio caso). Be, c'era una volta e non più di una e si usciva e si stava insieme due settimane e poi tra pianti adolescenti da entrambe le parti ci si lasciava per sempre. Ok, ma lei era una racchia, questa era la questione di fondo. Be, passano gli anni, vi compaiono le prime rughe e il lavoro vi assorbe e vi rovina. Una sera in metropolitana mente tentate di darvi un tono leggendo Foster Wallace, vedete una che pensate di conoscere. E cristo, sì che la conoscete. Ed è figa. E non sarà mai più vostra. 


Alla prossima puntata.